Egitto, l’ombra della restaurazione

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A che punto è la transizione egiziana?
C’è stata una prima fase della rivoluzione, estremamente positiva: quella della mobilitazione popolare e della cacciata di Mubarak. Questa prima parte la farei arrivare fino al 19 marzo, data del referendum sulla riforma costituzionale. Adesso siamo in una seconda fase che è difficile non definire controrivoluzionaria. I militari hanno sottoposto a referendum un numero limitato di riforme costituzionali che non toccano l’essenza stessa del vecchio regime né garantiscono un’evoluzione democratica del nuovo Egitto. Chi controlla oggi il potere non ha aperto, né sembra volerlo fare, alle rivendicazioni della piazza.

Però c’è stato un referendum che può esser letto come un primo passo verso la democrazia.

Più che un referendum sulla costituzione è stato un referendum politico sul processo di transizione attivato dai militari, i quali stanno cercando di legittimarsi agli occhi dell popolo senza però rispondere alle rivendicazioni autentiche del movimento di piazza Tahrir. E infatti ha votato solo il 41 per cento degli aventi diritto (il 75 per cento ha detto “si”, ndr); molti hanno avuto il sospetto che si trattasse di un tentativo di legittimazione del nuovo regime, perché nelle riforme oggetto del voto non c’é niente. I ragazzi sanno che si tratta di riforme cosmetiche su un regime che nella sua natura non è molto diverso dal precedente.

E’ un giudizio forte questo. In che senso riforme cosmetiche?

Nelle riforme costituzionali ci sono cose positive, come il limite di due mandati di quattro anni stabilito per il presidente, quando prima stava in carica sei anni e poteva ricandidarsi infinite volte. Vengono alleggerite le condizioni per le candidature ma nulla di queste cose riguarda la sostanza del sistema democratico egiziano. Quello che abbiamo visto tornando un mese dopo, è che c’é un indurimento sostanziale delle condizioni politiche ed elettorali con cui l’Egitto sarà  chiamato ad esprimersi a settembre. Per capirlo, basta riflettere sulla contraddizione di far votare emendamenti ad una costituzione che è stata sospesa. Non contenti, il giorno dopo il referendum i militari hanno emesso una “dichiarazione costituzionale” con cui rimodificavano gli emendamenti appena approvati dal popolo, con l’introduzione di elementi della vecchia costituzione che secondo loro andavano bene e dovevano essere salvati. Così, si sono fatti una costituzione provvisoria su misura che gli consente di controllare il processo politico.

Insomma, si va verso un mubarakismo senza Mubarak?

E’ esattamente quello che sta accadendo. C’é una ricompattazione in atto, in termini politici ed elettorali, del vecchio regime; è vero che le figure più compromesse non si presenteranno alle elezioni però l’Ndp  (Partito nazionaldemocratico) di Mubarak, che è stato sciolto, si sta ricomponendo, con le figure meno esposte  intente a riciclarsi per non sparire completamente. Ed è ormai chiaro che questo primo gruppo ha stretto un’allleanza con una seconda formazione che sta diventando padrona del gioco, i Fratelli Musulmani.  Erano d’accordo, ad esempio, per non cambiare la legge elettorale precedente e far in modo che questi ultimi potessero registrarsi con un nuovo partito – il Partito dello sviluppo e della democrazia – che dichiarerà  di non essere fondato su una base religiosa. Non a caso, le riforme costituzionali sono state elaborate da un comitato ristretto composto da quattro militari e da un rappresentante dei Fratelli. E, sempre casualmente, le forze che hanno fatto campagna per il “si” sono proprio i Fratelli Musulmani e l’Ndp. Tra le aggiunte agli emendamenti, poi, c’é la conferma che nei principi della legge islamica  sta il fondamento politico, giuridico religioso dell’Egitto.

Cosa ne è del movimento di piazza Tahrir?

E’ stato tagliato fuori completamente. Le elezioni legislative di settembre si svolgeranno con le stesse regole elettorali delle altre elezionie in tempi tanto stretti che difficilmente riuscirà  ad organizzarsi. I ragazzi avevano chiesto all’esercito di posticipare il voto ma senza successo, naturalmente. Quella nebbia che aleggia attorno al processo democratico in Egitto anziché diradarsi si fa più fitta. I militari si muovono come una cosa sola. Da questo punto di vista, è interessante quello che mi ha detto Samir Amin.

Cosa?

Che i militari, i Fratelli Musulmani e la borghesia egiziana fanno parte dello stesso blocco sociale, perseguono gli stessi obiettivi ed è su questo blocco sociale che si sta costruendo il nuovo Egitto. L’esercito non ha intenzione di rinunciare ai suoi interessi di carattere economico-finanziario. Nei mesi precedenti è intervenuto perché rischiava di essere travolto dalla baraonda. Lo stesso discorso vale per i Fratelli che hanno costituito nel tempo una rete sociale, politica ed economica molto influente e per la borghesia che ha vissuto per anni grazie ai sussidi dello stato. Nessuno vuole perdere i suoi privilegi.

Le elezioni parlamentari e presidenziali si terranno contestualmente?

No, sono annunciate elezioni legislative per settembre ma la data non è stata fissata. Le presidenziali sono state annunciate due o tre mesi dopo le politiche. Evidentemente, i militari si tengono le mani libere per vedere come va e capire come gestirle.

 


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