La crepa maledetta di Fukushima nel mare l’acqua radioattiva

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TOKYO – Tutta colpa di una maledetta, banalissima crepa. Dopo estenuanti ricerche è stata finalmente individuata l’origine della fuoriuscita di acqua pesante che, da giorni, fa registrare spaventosi livelli di radioattività  nel mare di fronte alla centrale nucleare di Fukushima. La falla è larga una ventina di centimetri e si trova in una vasca di calcestruzzo usata per irrorare d’acqua marina il reattore 2 nel tentativo di raffreddarlo. Perciò, dopo essere stati in contatto con il nocciolo del reattore, questi liquidi altamente radioattivi finiscono direttamente nel Pacifico. Per tappare la crepa, ha detto l’Agenzia per la sicurezza nucleare, si tenterà  adesso di praticare un’iniezione di cemento, ma con grandi difficoltà  per via delle enormi radiazioni sprigionate dall’acqua. La Tepco, l’azienda che gestisce l’impianto, sta anche valutando l’impiego di una cosiddetta megafloat, un’isola artificiale per immagazzinare l’acqua contaminata, poiché è ormai esaurito lo spazio nei serbatoi. Inoltre, per prevenire i rischi di un’altra esplosione di idrogeno, simile a quella che pochi giorni dopo il doppio cataclisma devastò la centrale, c’è l’ipotesi di iniettare azoto nelle vasche di contenimento dei reattori. Ieri pomeriggio, mentre la terra ancora tremava per una scossa di magnitudo 6 nella vicina prefettura di Ibaraki, l’azienda ha reso noto che il reattore 2 ha subito una fusione del 33 per cento mentre il reattore 1 è rimasto danneggiato al 70 per cento. Nel corso della sua prima visita a Fukushima, il premier giapponese, Naoto Kan, ha rivolto un accorato appello ai “liquidatori” dell’impianto danneggiato. Passando in rassegna centinaia di tecnici, vigili del fuoco e militari, Kan ha esordito così: «Voglio che lottiate sapendo che non potete assolutamente perdere questa battaglia». Con la tuta celeste dei soccorritori che lui e i membri del suo governo indossano dall’11 marzo scorso, Kan ha esortato tutti a «lottare per decidere il futuro del Giappone». Il premier è arrivato da Tokyo a bordo di un elicottero militare, atterrando nel porticciolo di Rikuzentakata, nella prefettura di Iwate, dove mille persone sono morte e altrettante sono ancora disperse. Greenpeace ha intanto denunciato l’atteggiamento delle autorità  giapponesi che, a suo avviso, cercano di minimizzare la gravità  della situazione a Fukushima, vietando tuttavia la pesca in quell’area. «La verità  è che attorno alla centrale la contaminazione è in aumento», ha dichiarato un team di esperti dell’associazione ambientalista, il quale sostiene che dopo il mare è contaminata anche la carne. «Nel villaggio di Iitate, a 40 chilometri a nord-ovest della centrale e a 20 chilometri oltre la zona ufficiale di evacuazione, abbiamo trovato livelli di contaminazione tali da richiedere l’immediata evacuazione della popolazione, soprattutto donne incinte e bambini». Greenpeace ricorda che qualche giorno fa la Tepco ha ammesso di aver individuato in cinque punti della centrale tracce di plutonio, sostanza altamente radioattiva e tossica. Continua l’ingrato compito del recupero dei cadaveri nelle aree devastate prima dal sisma poi dallo tsunami, e che ricoprono una superficie di circa 470 chilometri quadrati. Negli ultimi tre giorni di ricerche sono stati ritrovati un centinaio di corpi, facendo salire il bilancio ufficiale a 11.828 morti. Le operazioni, ha riferito il ministero della Difesa, si sono concentrate nella regione di Ishinomaki, tra le città  più colpite della prefettura di Miyagi. Le forze dispiegate contano 18.000 militari nipponici e 7.000 statunitensi, oltre a uomini della polizia, della guardia costiera e vigili del fuoco. Il bilancio del disastro redatto nel pomeriggio di ieri dalla polizia nazionale parlava anche di 15.540 dispersi. Sempre ieri, infine, è giunta una notizia che in un paese di cinofili come il Giappone ha ridato un po’ di speranza. Tre settimane dopo lo tsunami, un cane alla deriva è stato salvato dalle onde dell’Oceano dalla guardia costiera: galleggiava su quanto rimaneva del tetto di una casa a circa 2 chilometri al largo di Kesennuma. E’ molto socievole e in buone condizioni, ma con una fame da lupo: è stato subito rimpinzato con salsicce e biscotti.


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