Le minacce al Madoff dei Parioli i boss con le pistole nel suo ufficio

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roma – interrogatori per i maghi della stangata da 170 milioni di euro in cui sono finiti vip, calciatori, bancari, politici e notabili romani. E mentre dall’elenco dei 1.678 clienti truffati spuntano nuovi nomi – come quello di Mara Carluccio, nello staff del ministro Maroni come consigliere sulle politiche di genere comunitarie e internazionali e Patrizia D’Abramo, ex moglie del deputato del Pdl Simeone Di Cagno Abbrescia e dipendente alla Sogei, società  informatica che lavora per conto del ministero dell’Economia e delle Finanze – vengono fuori particolari importanti che potrebbero portare all’identificazione dei “500” clienti eccellenti non ancora decriptati dalla Finanza. Molti di loro come nome in codice avevano usato quello del proprio cane. A fornire la chiave di lettura di quella lista di persone che ha deciso di non avvalersi dello scudo fiscale, forse per sfuggire al fisco o magari perché non voleva essere riconoscibile nel malaffare del Parioli per via di ingenti investimenti che dovevano restare segreti (come Lande stesso ha ammesso davanti agli inquirenti), è Roberto Torregiani, uno dei broker della giostra mangia soldi. Quando il pm Luca Tescaroli gli domanda se conosca le identità  degli investitori che compaiono come “Aless. x” o “Asia. x”, lui risponde: «Queste persone non le conosco come molti altri investitori. Posso solo immaginare che i conti cifrati erano dovuti a motivi vari. Castellacci aveva dei clienti che avevano nomi vari. Ricordo che qualcuno si faceva chiamare come il suo cane». Un buon punto di partenza per la decodificazione. Pm Tescaroli. «Per i clienti più importanti vi erano delle condizioni diverse rispetto agli altri?» Torregiani. «Per me no. Io trattavo tutti allo stesso modo. Era il cliente che veniva da noi. Molti clienti erano contenti, come il prof. Alessandro Tella, il quale mi ringraziava per i guadagni percepiti». Altra questione, chiarita nell’interrogatorio, è il collegamento del Madoff dei Parioli col clan della ‘ndrangheta dei Piromalli. Lande, al riguardo, aveva dichiarato di non sapere che quei soldi venivano dalla cosca. Pm Tescaroli. «Ha conosciuto come investitori Giuliano Ricci e Paolo Piromalli?» Torregiani. «Credo che fossero clienti diretti di Gianfranco Lande, il quale spiegò la mancanza di liquidità  per essere stato costretto a consegnare 5 o 6 milioni di euro a seguito di minacce, anche con armi. Venne fatta una riunione in ufficio con Lande e un ufficiale dei carabinieri, il quale disse che vi erano delle telecamere per riprendere le condotte estorsive che avevano consentito di arrestare delle persone. Lande ci raccontò che l’investimento era riferito a Cosmi e che Piromalli e Coppola erano coloro che avevano posto in essere l’estorsione». Pm Tescaroli. «Le risulta che Gianfranco Lande fosse iscritto a una loggia massonica?» Torregiani. «Non lo so, ma sto scoprendo giorno per giorno cose strane. Comunque io non lo so». Torregiani spiega poi la decisione di far aderire allo scudo fiscale i clienti che avevano investito in conti esteri. Un’operazione, secondo gli inquirenti, “irregolare” mirata a nascondere da una parte le attività  del Madoff dei Parioli – che ha trascinato una parte di clienti della società  Eim, quella fantasma, nelle due consobizzate Egp e Dharma – dall’altra finalizzata ad intascare il 5% (la tassa stabilita da Tremonti) che spettava allo Stato, ma che lui si faceva consegnare in contanti dai clienti o trattendendoli dal loro conto corrente. Dalle parole dell’indagato si apre un altro scenario: tutti i clienti erano consapevoli degli investimenti all’estero. Pm Tescaroli. «Vuole spiegare la ragione per la quale le posizioni di investimento sono state fatte transitare da Eim a Egp?». Torregiani. «Erano i clienti a volerlo. Pensavo che lo scudo offrisse la possibilità  di avere una maggiore trasparenza. Lande faceva delle riunioni serali con i clienti ai quali spiegava la convenienza di aderire alla procedura dello scudo fiscale. Ho ritenuto che lo scudo fosse destinato a regolarizzare le posizioni e avere un rapporto migliore con il proprio capitale». Pm Tescaroli. «Lande afferma che lei ha proposto ai suoi clienti di fare lo scudo e che lui ha subito la sua determinazione. Cosa può dire in proposito?» Torregiani. «Io non avevo il potere di imporre a Lande la possibilità  di proporre lo scudo fiscale. Io ripeto di non aver avuto coscienza di dover nascondere nulla, pensavo che fosse tutto regolare». Pm Tescaroli. «Secondo quanto lei afferma è stata volontà  dei clienti di aderire allo scudo fiscale. Ma perché il cliente avrebbe avuto questa necessità  se, come lei afferma, doveva essere tutto regolare e i clienti non avevano alcuna conoscenza dell’assenza di legittimazione da parte di Eim?». Torregiani. «Io pensavo che lo scudo fiscale fosse utile per rendere più agevole riavere i propri capitali. Tutti i clienti sapevano che gli investimenti erano all’estero. La dimostrazione di questo è che la maggior parte dei clienti chiedeva di fare la C. V. S (casuale valutaria statistica)».


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