Parmalat, banche estere assolte dall’accusa di aggiotaggio

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MILANO – Tutti assolti. Banche e banchieri non hanno commesso il fatto, oppure il fatto non sussiste. Con questa formula che tra tre mesi verrà  spiegata nelle motivazioni, il collegio presieduto dal giudice Gabriella Manfrin ha chiuso il processo milanese di primo grado alle banche. L’accusa aveva sostenuto che gli istituti di credito avevano aiutato Calisto Tanzi a ingannare il mercato con falsi comunicati sullo stato di salute della Parmalat. Il reato contestato era aggiotaggio. Lo scopo finale sarebbe stato quello di piazzare le obbligazioni del gruppo di Collecchio nelle tasche dei risparmiatori, un miliardo di titoli riversati sul mercato nel corso del 2003, pochi mesi prima del crac della Parmalat avvenuto a dicembre dello stesso anno. I pm Francesco Greco, Eugenio Fusco e Carlo Nocerino non sono riusciti a convincere i giudici e le banche estere ne sono uscite vincitrici: Citibank, Bank of America, Deutsche Bank e Morgan Stanley si sono viste riconoscere la loro innocenza, mentre Ubs e Nextra erano da tempo uscite dal processo attraverso un patteggiamento. «Il tribunale di Milano, in una situazione difficile in cui c’erano pressioni importanti, ha avuto la forza, la capacità  e l’indipendenza per un atto di grande correttezza», ha commentato Nerio Diodà , uno dei legali di Citigroup. Un giudizio condiviso anche da Giuseppe Iannaccone, tra i legali di Deutsche Bank: «Il Tribunale e i giudici di Milano hanno dimostrato grande indipendenza e libertà  di giudizio». Il clima intorno ai magistrati milanesi, complice le vicende del premier Silvio Berlusconi, non è infatti dei più sereni. Ma questa volta i banchieri Carlo Pagliani, Paolo Basso (Morgan Stanley), Marco Pracca, Tommaso Zibordi (Deutsche Bank), Paolo Botta (Citi) e Giaime Cardi (Credit Suisse) sono stati assolti con la formula perché il «fatto non sussiste» o per «non aver commesso il fatto», che si usa per l’insussistenza dei reati. La sentenza comunque non era giunta del tutto inaspettata visto che nel filone principale di aggiotaggio, il processo davanti alla prima penale nel quale Tanzi è stato condannato a dieci anni confermati in appello, le banche erano già  state assolte. Sembra quindi confermata l’idea che a ingannare tutti, mercato e banchieri, sia stato il solo Calisto Tanzi, aiutato semmai dai suoi manager, dai revisori, dai consiglieri e dai sindaci del suo gruppo, molti dei quali hanno patteggiato o sono stati condannati. Per il prossimo 2 maggio è fissata l’udienza in Corte di Cassazione per la sentenza definitiva su Tanzi, mentre a Parma è tuttora in corso il processo per bancarotta. Lì quasi tutte le banche e i banchieri che hanno avuto a che fare con la Parmalat sono accusate di concorso in bancarotta e rischiano sanzioni e pene da tre a dieci anni, che con le aggravanti possono arrivare fino a 15, quindi al riparo da qualsiasi prescrizione. Le banche poi si erano accordate con l’amministrazione straordinaria di Enrico Bondi, accetando di versare oltre 1,4 miliardi, una mossa che ha permesso di evitare in tutti i processi la costituzione come parte civile della nuova Parmalat.


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