Ungheria. Nuova costituzione, vecchi fantasmi

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Il parlamento ungherese ha approvato con 262 voti favorevoli, 44 contrari e un’astensione la sua nuova carta costituzionale. L’atmosfera che si respira, però, non ha nulla della festa. Quello partorito è un testo sinistro che sembra riportare le lancette dell’orologio indietro nel tempo, di almeno 80 anni, all’epoca delle svolte autoritarie che segnarono il destino dell’Europa nel ventennio tra una Guerra mondiale e l’altra. Se l’Unione Europea, con il rispetto che si deve a un Paese membro, non si è ancora espressa, ha già  parlato Amnesty International, che ha esternato la sua preoccupazione per una serie di norme controverse. Più in là  sono andati studiosi solitamente prudenti come Jan-Werner Mueller, politologo di Princeton, che in un paper intitolato The Hungarian Tragedy, denuncia la “rivoluzione nazionalista e conservatrice che sta trionfando in Ungheria, i cui leader sono impegnati nello smantellamento del costituzionalismo e dello stato di diritto“. L’Economist parla di “putinizzazione”, una svolta autoritaria sul modello russo che sta caratterizzando il ritorno al potere di Viktor Orban, già  premier liberale tra il 1998 e il 2002, riciclatosi e tornato in auge come leader nazionalista. E ora, forte dei 262 posti su 389 – più dei due terzi necessari per le riforme costituzionali – con cui il suo partito, Fidesz, controlla il parlamento, sta ridisegnando l’architettura istituzionale del Paese. E allora, vediamolo questo nuovo testo scritto, votato e ratificato da un solo partito.

La nuova carta, denominata ufficialmente Legge fondamentale, in una strana commistione di lettere, numeri romani e arabi, si compone di tre capitoli. Il primo (A-S) contiene i principi fondamentali, il secondo (I-XXIX) elenca i diritti e doveri della comunità  politica mentre il terzo (artt 1-53) descrive composizione e poteri degli organi dello stato. Leggendo il testo, ci si accorge subito che qualcosa non torna. Sotto la dicitura “Legge fondamentale”, cui segue il primo verso dell’inno ungherese, si trova una “Dichiarazione di fede“, una sorta di preghiera pagana che contiene un esplicito riferimento ai “membri della nazione ungherese”, ai valori dell’ungheresità  e della cristianità  del Paese. Il preambolo non è un orpello ma – lo dice l’articolo Q – il fulcro dell’intero testo costituzionale, alla luce del quale vanno interpretati gli altri articoli e le leggi di grado inferiore. Lo stesso articolo richiama espressamente la “costituzione millenaria” del Paese, cioè quell’intreccio di usanze e consuetudini di stampo medievale. L’articolo D dice testualmente che “l’Ungheria, guidata dall’idea di una singola nazione ungherese, deve farsi carico del destino degli ungheresi che vivono fuori dai suoi confini”, con cui Orban accarezza il revanscismo ungherese e il sogno pericoloso di ritornare in possesso delle terre – Vojvodina serba, Transilvania romena, parte di Croazia e di Slovacchia – che furono tolte all’Ungheria con il trattato del Trianon, dopo la Prima Guerra mondiale. Ancora più esplicito l’articolo G, paragrafo 1, che svela la concezione di democrazia etnica che ispira l’intero progetto: “Il figlio di un cittadino ungherese è ungherese”, il cui sottotitolo è “a prescindere da dove si trovi”.

Non ci possono essere Dio e patria senza la famiglia ma anche qui lo spirito fortmente conservatore è palese. L’articolo K spiega che l’Ungheria “protegge il matrimonio, inteso come unione coniugale di un uomo e una donna,… e la famiglia, riconosciuta come la base per la sopravvivenza della nazione”. L’aborto è vietato (“La vita del feto è protetta dal momento del concepimento”, art.II), cosa che, secondo Amnesty, lede i diritti delle donne in tema di vita, salute, autodeterminazione, privacy e pari opportunità . Allarme anche per la non commutabilità  del carcere a vita. Ancora più spaventosi i cambiamenti apportati all’equilibrio di poteri tra gli organi costituzionali, con una serie di organi di garanzia, fino a ieri indipendenti, che finiscono sotto il controllo del governo. La Corte costituzionale viene portata a 15 membri in carica per 12 anni – invece dei nove attuali – di nomina parlamentare e privata della competenza su leggi che riguardano il bilancio, il fisco, le dogane, per citare solo alcune materie. Viene creato, inoltre, un nuovo organo, il Consiglio fiscale (art.43), con forti competenze in materia di politica fiscale e potere di veto sul budget. Una bocciatura da parte del Consiglio, consentirà  al presidente di sciogliere il parlamento. Il che significa che se anche questo governo dovesse cadere, lascerebbe in eredità  al prossimo una serie di organi tecnici dotati di enormi poteri, con membri in carica tra i nove e i dodici anni, fedeli a Orban, in grado di decidere la vita e la morte del nuovo esecutivo. Per quanto riguarda la libertà  di stampa e il funzionamento della Banca centrale, la costituzione rimanda a prossime leggi, che saranno sempre il frutto di un parlamento dominato dal partito di Orban. Comitati di cittadini si stanno già  organizzando per sottoporre la nuova costituzione a referendum. Ma Fidesz farà  buona guardia al testo cucito su misura del suo leader, quell’Orban che si era presentato come un’alternativa rassicurante quando l’anno scorso l’estrema destra di Jobbik sembrava sul punto di arrivare al 30 per cento. Quando si è capito da dove arrivava la vera minaccia, era già  troppo tardi.


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