Bankitalia alla guerra d’indipendenza

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Ricordo quest’episodio perché non si è trattato d’un fatto di cronaca marginale ma d’un aspetto significativo che ha dato il tono all’intera mattinata: un uomo che ha servito il Paese in ruoli sempre più prestigiosi tornava a casa per salutare il suo successore nel momento in cui Draghi dava il suo addio alla Banca per andare alla guida della Bce a Francoforte.
Dai tempi di Menichella ad oggi ne ho viste molte di quelle assemblee ma questa è la stata più intensa, emotivamente e politicamente, e tutti i partecipanti, dai membri del Consiglio generale dell’Istituto al folto gruppo d’imprenditori, alle alte cariche del Parlamento e della politica, ai giornalisti, ne sono stati pienamente consapevoli.
Tanti eventi aleggiavano su quel salone gremito: antiche memorie, antichi volti, fatti recenti, fatti avvenuti appena poche ore prima, una svolta politica in atto dopo i ballottaggi del 30 maggio. Aleggiava anche il tema della successione a Draghi in un momento delicatissimo dell’economia e della politica italiana. Draghi leggeva le sue considerazioni doppiamente finali; la platea seguiva sul testo che era stato distribuito e alla fine d’ogni pagina lo sfoglio simultaneo segnava il ritmo di quella lettura, ma il pensiero poneva a tutti la stessa domanda: Einaudi, Menichella, Carli, Baffi, Ciampi, Fazio, Draghi. Chi verrà  dopo? Sarà  professionalmente all’altezza? Preserverà  l’indipendenza che costituisce il requisito fondamentale dell’Istituto? Sarà , come sempre è stata, la suprema tribuna dove parla l’Interesse Generale contrapposto a quelle che Guido Carli chiamò le Arciconfraternite del potere, le lobbies, le corporazioni, gli appetiti dei forti, le scorrerie delle clientele che spesso manomettono le casse dello Stato?
Draghi ha concluso amaramente definendo le pagine appena lette come “prediche inutili” prendendo a spunto il titolo che il suo lontano predecessore Luigi Einaudi aveva dato ad una raccolta di suggerimenti indirizzati ai governanti del Paese. Ed ha ricordato: «Nel mio primo intervento da governatore, nel marzo del 2006, notavo come l’economia italiana apparisse insabbiata, ma che i suoi ritardi strutturali non andavano intesi come segni d’un destino inevitabile; potevano essere affrontati dandone conto con chiarezza alla collettività , anche quando le soluzioni fossero avverse agli interessi immediati di segmenti della società . E mi rivolsi a voi con le parole “Tornare alla crescita”. Con le stesse parole chiudo queste considerazioni finali».
Prima aveva indicato concretamente i modi per tornare alla crescita e le nostre pagine di ieri ne hanno dato ampio resoconto. Chi le abbia lette vi avrà  trovato un vero e proprio programma di governo. Purtroppo (e per fortuna) il suo autore andrà  ad occupare una carica assai prestigiosa. Ma il suo programma di governo non sarà  certo quello dei nostri attuali governanti. Forse sarà  fatto proprio dal suo successore se verrà  scelto con il criterio di proseguire le prediche, forse inutili ma sempre più necessarie per uscire dalla palude economica e morale nella quale è affondato l’Interesse Generale.

* * *

La nomina del governatore della Banca d’Italia è un atto complesso. Così diceva Carli. Ai suoi tempi il Consiglio generale dell’Istituto proponeva un candidato al presidente del Consiglio dei ministri che – se d’accordo – lo proponeva al Presidente della Repubblica. Quest’ultimo, se d’accordo, emanava il decreto di nomina controfirmato dal presidente del Consiglio.
Nel 2005 questa legge è stata sostituita da un’altra nella quale il presidente del Consiglio – sentito il Consiglio generale dell’Istituto – propone il nome prescelto al Capo dello Stato che emana, se d’accordo, il decreto che avrà  doppia firma.
Nella sostanza il Consiglio dell’Istituto ha perso il potere di proposta. Gli interlocutori con pari poteri restano dunque il Capo dello Stato e il capo del governo. Tra i due deve esserci necessariamente una fase di concertazione informale dopo la quale ha inizio l’iter formale della nomina.
Con questa nuova procedura fu scelto Draghi nel 2006. Era scoppiato da poco lo scandalo dell’Antonveneta e Fazio era sotto processo e aveva dato le dimissioni. Tra Ciampi e Berlusconi ebbe inizio la fase della concertazione informale. Il presidente del Consiglio, accompagnato da Gianni Letta, si recò al Quirinale e propose a Ciampi di nominare l’intero direttorio della Banca oltre al governatore. Ciampi respinse la proposta e a sua volta propose tre nomi: Padoa-Schioppa, Grilli, Draghi. Berlusconi scartò subito Padoa-Schioppa e chiese un giorno di riflessione per scegliere tra gli altri due. La scelta cadde su Draghi ed ebbe inizio la parte finale della procedura che si concluse con la nomina.
Ho ricordato questi fatti dove la procedura – informale e formale – è sostanza. Da questo racconto emerge infatti che i due interlocutori principali hanno i medesimi poteri d’iniziativa. Il Quirinale non ha soltanto potere di veto ma anche di iniziativa; egualmente l’inquilino di Palazzo Chigi. Finché i due non sono d’accordo la nomina non avviene.
Dal 1946 in poi il criterio pressoché ininterrotto della scelta è stato quello della successione dall’interno della Banca. Einaudi fu il fondatore della Banca risorta dopo la sconfitta della guerra. Portò con sé Menichella come direttore generale. Di lì comincia una continuità  senza eccezioni. Carli infatti, prima d’esser nominato direttore generale e poi governatore, era stato presidente dell’Ufficio italiano dei cambi, costola della Banca d’Italia.
La sola eccezione dall’esterno fu proprio quella di Draghi ma in un certo senso fu anch’essa una rifondazione, avvenuta in occasione dello scandalo dell’Antonveneta.
La ragione della scelta dall’interno si è quindi consolidata per preservare scrupolosamente l’indipendenza dell’Istituto e ancor oggi essa appare (l’abbiamo già  ricordato) come un requisito essenziale. Draghi ha molto insistito sul valore sostanziale di quel criterio. Il direttore generale della Banca e il suo vice hanno personalità  che garantiscono indipendenza e professionalità  di prim’ordine, tali da soddisfare i requisiti richiesti. Non sembrerebbe dunque che ci siano problemi. Invece ci sono.

* * *

Il primo riguarda Bini Smaghi, attualmente membro del direttorio della Banca centrale europea. Con l’arrivo di Draghi al vertice di quell’Istituto gli italiani nel direttorio sarebbero due. Nello statuto della Bce non c’è alcuna norma che vieti questa duplice presenza ma Sarkozy, nel dare il suo appoggio alla candidatura di Draghi, chiese ed ottenne da Berlusconi che Bini Smaghi uscisse dalla Bce. L’interessato è disposto a dimettersi ma, a quanto si sa, chiede in contropartita la carica di governatore a via Nazionale.
La richiesta appare eccessiva anche perché provocherebbe con tutta probabilità  una serie di dimissioni a catena all’interno del direttorio di via Nazionale. Il caso dunque esiste. Se non sarà  risolto in qualche modo, Bini Smaghi potrà  restare in Bce e Sarkozy non sarà  contento. Pazienza.
Un’altra ipotesi di candidatura è sostenuta da Tremonti in favore dell’attuale direttore generale del Tesoro, Grilli. Il quale ha sicuramente i titoli per accedere a quell’incarico, tranne uno: è il candidato di Tremonti, di cui è fedelissimo collaboratore. Se fosse lui il prescelto, il ministro dell’Economia avrebbe riempito la scacchiera del potere economico di pezzi da lui gestiti e che a loro volta guidano istituzioni di grande importanza: Cassa depositi e prestiti, Banca del Sud, Fondo speciale per operazioni di finanziamento a banche e imprese di importanza strategica, Consob. Con Grilli a via Nazionale, Tremonti avrebbe in mano l’intera scacchiera del potere economico. Non va affatto bene.
Altri nomi che, pur non essendo interni alla Banca, abbiano tuttavia tale biografia e tale prestigio da soddisfare i due requisiti della professionalità  e dell’indipendenza? Ce n’è uno indiscusso ed è quello di Mario Monti. Lui ha pubblicamente dichiarato d’esser fuori da questa partita ma non ha avuto finora nessuna chiamata. Forse se la chiamata ci fosse e facesse valere l’interesse generale e nazionale, Monti si sentirebbe costretto ad accettare.
C’è un altro nome apprezzabilissimo che è uscito per sua personale decisione qualche anno fa dalla carica di vicedirettore generale della Banca d’Italia. Si chiama Pierluigi Ciocca. Ho chiesto a Ciampi un suo giudizio su quel nome. Mi ha risposto: «Sarebbe il candidato ideale, ma Berlusconi dirà  di no».
Il catalogo è questo. Chi deve provvedere, provveda.


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