Cina, dieci milioni di case

Una missione politica“. Così, il ministro cinese degli Alloggi e dello Sviluppo Urbano-Rurale ha definito la costruzione di dieci milioni di case a prezzi abbordabili. Caso mai non fosse stato chiaro, Jiang Jiangxinha contemporaneamente diramato una direttiva e pubblicato una dichiarazione sul sito istituzionale del suo dicastero: “[Il progetto di edilizia convenzionata] è unimpegno fondamentale del governo verso il popolo e anche una pietra miliare che dimostra come stiamo migliorando le condizioni di vita della gente“. E ancora: “Tutte le città  devono indiscriminatamenteiniziare le costruzioni entro novembre“.

Il perché di tanta perentorietà  va ricercato nel fatto che questo progetto è al centro di un conflitto centro-periferia: una di quelle tensioni latenti che tolgono il sonno alle autorità  cinesi.
La corsa al rialzo dei prezzi immobiliari ha infatti assunto in Cina dimensioni preoccupanti. A fine 2010, per esempio, gli appartamenti di nuova costruzione costavano a Pechino in media 20mila yuan (oltre duemila euro) al metro quadro; ma all’interno del terzo anello (cioè nel centro esteso), superavano i 30mila (intorno ai 3.500 euro): più di dieci volte il reddito mensile del pechinese medio.

Questa situazione ha indotto molti osservatori a parlare di “bolla immobiliare“: una minaccia incombente che, per analogia con le vicende Usa legate ai mutui subprime, avrebbe prima o poi fatto crollare l’economia cinese e infettato l’intero mondo degli affari a livello globale. Il precedente storico viene dal Giappone, dove la dissennata crescita dei prezzi immobiliari, la speculazione che raggiunse il suo picco a fine anni Ottanta, si è poi tradotta in una recessione che dura ancora oggi.
La Cina non è il Giappone: qui, dietro al boom immobiliare non c’è solo speculazione; c’è anche la domanda enorme di masse inurbate di recente o in via di inurbamento.

Ma il problema è che i prezzi sono sempre più inaccessibili. Così, dopo il primo boom dell’edilizia per nuovi ricchi – come i compound perimetrati con guardie giurate all’ingresso – sono arrivate le battute a vuoto: hanno fatto il giro del mondo le immagini di vere e proprieghost town costruite nel nulla e nel nulla risprofondate, come Ordos, in Mongolia Interna.

Di fatto fu lo stesso governo cinese che, nel 2009, di fronte alla crisi globale, decise dipuntare sul mattone, destinando alle costruzioni e all’immobiliare buona parte delpacchetto di stimoli da 4mila miliardi di yuan (460 miliardi di euro di allora) varato in quell’occasione. Agì inoltre sul rubinetto del credito, ordinando alle maggiori banche diconcedere prestiti facili ai palazzinari i quali, a loro volta, avviarono progetti giganteschi. Su questa tendenza, si inserirono le amministrazioni locali, che con la concessione di terreni agli immobiliaristi – dopo averle preventivamente requisite espellendo la popolazione residente – riempivano le casse. Per tacere delle mazzette che i funzionari pubblici ricevevano sottobanco o del fatto che spesso il segretario locale del partito era anche il maggiore costruttore della zona.

Rientrato il rischio di crisi, l’inflazione è tornata a correre, colpendo i bisogni fondamentali dei cinesi: il cibo e, appunto, la casa. Così il governo ha fatto marcia indietro, cercando diraffreddare il mercato. Si è agito ancora una volta sul credito, rendendolo più difficoltoso, e con misure di legge, come il divieto all’acquisto di seconde case o l’introduzione di tasse sugli immobili di lusso in alcune delle città  più grandi.

La chiusura del cerchio è il varo dell’enorme progetto di edilizia convenzionata, i famosi dieci milioni di case a buon mercato. Per la verità , i lavori avrebbero dovuto cominciare fin dallo scorso ottobre, ma – rivela l’agenzia Nuova Cina – solo il trenta per cento degli stabili sono a oggi in costruzione. È successo, molto semplicemente, che i governi e i palazzinari locali fanno resistenza passiva: costruire per i poveri non rende quanto costruire per i ricchi e anche i forzieri delle amministrazioni si riempiono poco. Non solo: le politiche monetarie non più espansive aumentano i costi dei costruttori.
Così, sembra, i 1.300 miliardi di yuan necessari a lanciare il progetto (quasi 140 miliardi di euro) non saltano fuori. Cinquecento miliardi (oltre cinquanta miliardi di euro) dovrebbero arrivare da Pechino e dai governi locali, il resto dovrebbe farlo il mercato: investitori, acquirenti delle case e altri organismi locali.

A questo punto, il governo centrale usa il pugno di ferro. Mentre Xinhua esce con un editoriale contro i palazzinari che usano materiali scadenti per tagliare i costi, il ministero ordina alle amministrazioni locali di rendere immediatamente pubblici e trasparenti i propripiani di edilizia convenzionata. Finora, notano le agenzie, solo alcune città  si sono allineate.
Più in generale, conflitti come questo – le tensioni centro-periferia – ci restituiscono un’immagine della Cina molto più complessa di quanto siamo spesso portati a credere: unPaese in movimento dove, nonostante la struttura politica formalmente centralizzata, non è facile governare interessi sempre più contrastanti di lobby che colonizzano le istituzioni sia a livello provinciale sia a livello centrale.


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