Euro-salvataggio in due tempi: subito gli aiuti, più tardi i privati

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PARIGI – Ristrutturare il debito greco, senza dichiararlo chiaramente, e intanto cercare un’unità  di facciata all’interno dell’eurozona, per evitare che le agenzie di rating servano la svendita della Grecia su un piatto d’argento alla speculazione già  in atto. Il tempo stringe, il rendimento dei bond greci a due anni è salito al 29,35%, mentre prospera anche la vendita di Cds (i credit default swaps, l’assicurazione contro l’eventualità  di non pagamento del debito). In altri termini, mentre la finanza internazionale ingrassa alle spalle dei greci (in attesa di buttarsi su mangiatoie ancora più promettenti), i politici cercano di correre ai ripari. Oggi Nicolas Sarkozy corre a Berlino, per cercare di trovare un’intesa con Angela Merkel. Da Bruxelles il commissario agli affari economici Olli Rehn chiama tutti a «superare le divisioni».
L’intervento che si profila sarà  in due tempi: domenica i ministri delle finanze dell’eurozona dovrebbero dare il via libera alla nuova tranche dei cosiddetti «aiuti» alla Grecia, per 12 miliardi di euro. Poi l’Eurogruppo alla riunione dell’11 luglio, cioè dopo le indicazioni politiche che verranno dal Consiglio europeo del 23 e 24 giugno, dovrebbe prendere decisioni più a lungo termine, per il 2012-2013, tenuto conto dell’evidenza che Atene non potrà  tornare sui mercati il prossimo anno, come aveva sperato. È rimandata a luglio, cioè, la decisione sull’eventuale intervento dei privati, banche e istituzioni finanziarie non bancarie. Dopo aver finanziato la Grecia nel maggio 2010 con 80 miliardi della zona euro e 30 miliardi dell’Fmi, mentre la Bce si riempiva le casse con gli svalutati bond greci, la situazione è rimasta fuori controllo. Tutti d’accordo sul fatto che ci sia bisogno di un nuovo piano, chi dice di 40-60 miliardi, chi di 100. Ma la Germania, anche per politica interna (i tedeschi hanno la sensazione di pagare per chi ha vissuto sopra le proprie possibilità ), esige un contributo «sostanziale» da parte dei creditori privati, le banche e le compagnie di assicurazione che hanno guadagnato sulle spalle dei greci.
La Germania propone uno scaglionamento del debito, rimandando di sette anni il ritorno di Atene sui mercati (che con la minaccia di default sono reticenti a prestare). I paesi europei che hanno populisti al governo o sono minacciati da formazioni euroscettiche sono anch’essi su questa posizione (Finlandia, Olanda, Austria, Slovacchia). Ma la Bce, con cui è schierata la Francia, non vuole sentir parlare di riscaglionamento. Il timore è il contagio, sia per le banche (tre banche francesi sono già  in zona rossa, nel mirino delle agenzie di rating) sia per gli altri paesi oggi a rischio (Portogallo, Irlanda) e, domani, per quelli ai bordi del rischio (Spagna, Belgio, Italia, la stessa Francia). La Bce ha minacciato di non accettare più i titoli greci in garanzia, se i privati verranno obbligati a partecipare al piano. Lorenzo Bini Smaghi, del direttorio della Bce, sottolinea che sarebbe «una violazione della proibizione fatta alla Bce di finanziare i Tesori attraverso la moneta». Dopo che Jean-Claude Trichet è andato oltre gli statuti, accettando titoli greci, ora la Bce, nel momento del cambio della guardia con l’arrivo di Mario Draghi, torna all’ortodossia. Nout Welllink, del direttivo della Bce, ha ventilato l’idea di un raddoppio – da 750 miliardi di euro a 1500 – del meccanismo di stabilità  che dovrebbe entrare in vigore nel 2013. Anche l’Fmi minaccia di ritirarsi dal versamento della prossima tranche di 12 miliardi se non ottiene garanzie sul risanamento greco.
Il compromesso sarà  probabilmente un invito ai privati ad intervenire «volontariamente». L’obiettivo è non creare panico, nascondendo un default di fatto della Grecia dietro un meccanismo di «aiuto» fatto pagare a caro prezzo alle popolazioni (il meccanismo soft potrebbe essere quello dell’iniziativa di Vienna, che per la Romania aveva permesso nel 2009 alle banche di mantenere i prestiti in scadenza). Ai greci vengono imposte nuove misure d’austerità  e privatizzazioni per almeno 50 miliardi. Mentre nessuno chiede ad Atene di ridurre il bilancio militare, il più alto d’Europa (2,8% del pil, contro una media Ue dell’1,7%). E tantomeno si parla di tassare la chiesa ortodossa, grande proprietaria fondiaria esentasse del paese.


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