Il guerriero che tutto vede. L’irresistibile ascesa di Ollanta

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Il guerriero che tutto vede, questo significa Ollanta, nome di origine inca che gli diedero suo padre e sua madre quando nacque, il 27 giugno 1962. Suo padre, Isaac, un avvocato del lavoro, di lingua quechua e sostenitore dei valori andini tradizionali, fondatore dell’«etnocacerismo» – un mix di ultra- nazionalismo e di rivendicazioni della «raza cobriza» (la razza scuro-rossiccia dei popoli originari) -, sua madre, Elena Tasso, una pedagoga e avvocata figlia di un immigrato italiano.
Ollanta Moisés Humala Tasso ha studiato nel Collegio peruviano-giapponese «La Unià³n» di Lima, poi pare che volesse studiare zootecnia ma invece entrò nella Scuola militare di Chorrilos da dove uscì con il grado di tenente nel 1984. In servizio nelle zone amazzoniche di Tingo Marà­a e Madre Mà­a, fra il ’91 e il ’92 in piena guerra contro Sendero luminoso, fu poi accusato di assassini e abusi contro la popolazione civile ma le indagini non portarono a nulla. A fine anni ’80 fondò insieme ad altri ufficiali e a suo fratello Antauro un gruppo clandestino nell’esercito chiamato «Militari etnocaceristi». Fu questo gruppo, e in particolare Ollanta e Antauro più altri 72 militari che promossero una ribellione contro il governo di Alberto Fujimori, il 29 ottobre 2000. Scappato Fujimori in Giappone di lì a pochi giorni, Ollanta depose le armi, fu imputato di ribellione e amnistiato in dicembre dal governo transitorio del presidente Valentà­n Paniagua. Fu reintegrato nell’esercito, nel 2002 prese un master in scienze sociali alla Pontificia università  cattolica di Lima, fu nominato addetto militare presso l’ambasciata peruviana di Parigi e poi di Seoul (meglio tenerlo lontano) e a fine 2004 il presidente Alejandro Toledo lo passò al ritiro. Pochi giorni dopo, l’1 gennaio 2005, suo fratello Antauro ci riprovò e si sollevò nella località  andina di Andahuaylas, un tentativo che si concluse con 6 morti. Ci furono accuse contro Ollanta di essere il mandante, ma non si è potuto mai dimostrare nulla (il fratello è stato condannato a 25 anni).
Nel febbraio 2005 Ollanta insieme con sua moglie Nadine Heredia (hanno tre figli) fondò il Partito nazionalista peruviano (Pnp) che si alleò con il partito Unià³n por el Peràº, di centro-sinistra, e presentò una lista comune, con lui candidato alla presidenza, nelle elezioni dell’aprile 2006. Ollanta anche allora fu il più votato ma perse il ballottaggio di giugno con Alan Garcia (52%-47%): il suo passato e la sua ammirazione per il venezuelano Hugo Chà¡vez gli valsero la sconfitta, anche se vinse in 15 dei 24 dipartimenti. Nel dicembre 2010 ha ripresentato la candidatura per le elezioni del 10 aprile scorso come candidato della coalizione Gana Peràº, composta da partiti e personalità  di sinistra anche se lui dice di essere solo nazionalista, «né di destra né di sinistra».
Dal 2006 al 2011 ha molto moderato il suo discorso, ha mollato il modello Chà¡vez per il modello Lula (che gli ha mandato un paio di consiglieri per la campagna elettorale): come Lula scrisse nella campagna del 2002 una «lettera al popolo brasiliano», anche Ollanta nel 2011 ha scritto una «lettera al popolo peruviano» in cui dava garanzie sulla democrazia, le libertà  civili, la proprietà  privata, il modello economico, pur con i necessari cambiamenti per renderlo includente e far arrivare almeno una parte della «bonanza» del paese che è più cresciuto in Americal latina nell’ultimo decennio (media 5% l’anno) ai settori più poveri ed esclusi della popolazione, che per almeno un terzo vive in condizioni di povertà  estrema.
La guerra sporca contro di lui da parte di quasi tutti i media sembra aver avuto un effetto boomerang. Il 10 aprile finì primo con il 31.7%, dopo che in marzo arrancava dietro agli altri candidati. Il 5 giugno ha vinto con il 51%, anche per effetto dei fantasmi del fujimorismo incarnati da Keiko.


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