«Non è il lavoro precario, è la nostra vita»

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ROMA – L’insulto del ministro Brunetta, rimbalzato su tutti i principali siti Internet e su Facebook, ha dato loro una grande notorietà . Sono invitati un po’ ovunque, come popstar: ultima «esibizione», alla festa dei 110 anni della Fiom, «Tutti in piedi», la settimana scorsa a Bologna. I precari della pubblica amministrazione sono oggi quello che fino a pochi mesi fa erano gli operai dell’isola dei cassintegrati, quelli della Vinyls, corteggiatissimi da giornali e televisioni ma con l’esigenza a questo punto di fermarsi e individuare delle strategie, perché la loro vertenza non venga spazzata via dal circo mediatico una volta che i capricci dei giornalisti (di alcuni almeno) si siano rivolti altrove. Hanno chiesto al manifesto di ospitarli per un forum, dove poter spiegare più distesamente le loro ragioni, aggiornare sulle vertenze che li coinvolgono, spiegare perché si sono costituiti in rete. Il loro movimento si chiama Rete In-dipendenti per la pubblica amministrazione, con il termine «in-dipendenti» che ha almeno una doppia valenza, come ci spiega Maurizia Russo Spena, la lavoratrice insultata da Brunetta per avergli posto una semplice domanda: «Siamo non dipendenti, cioè precari, ma siamo anche indipendenti dai sindacati».
Insieme a Maurizia è venuta al giornale Katia Scannavini, sua collega presso Italia Lavoro (due mesi fa era stata licenziata in stato di gravidanza), e altri quattro precari che non possiamo nominare perché dobbiamo tutelarli dalle ritorsioni delle loro aziende, due sono del Formez (agenzia del ministero della Funzione pubblica) e due di Sviluppo Lazio (agenzia strumentale della Regione). Per loro useremo dei nomi di fantasia. In conclusione si è aggiunto Raphael, anche lui precario di Italia Lavoro e attivista dei Punti San Precario di Roma.
A che punto sono le vostre vertenze? Ci sono progressi dopo l’insulto del ministro Brunetta?
Maurizia e Katia (Italia Lavoro): L’inanità  del ministro, con la sua risposta aggressiva e che noi sinceramente non avevamo messo in conto, ha dato al nostro movimento una visibilità  inaspettata. Senza quell’insulto avremmo avuto l’indomani solo due trafiletti sul giornale. Tutto si può dire che sia partito in effetti dai licenziamenti di Italia Lavoro: siamo stati noi i primi, con le nostre denunce, a mettere in evidenza l’ingiustizia del Collegato Lavoro, che ti obbliga a decidere in poco tempo se impugnare o meno i tuoi contratti pregressi, e poi ti sottopone al paradosso che le stesse amministrazioni pubbliche tenute a osservare la legge subito dopo si vendicano per ritorsione. Perché a noi è accaduto proprio questo: abbiamo inviato la lettera richiesta dalla legge elaborata dal ministro Sacconi, e l’agenzia per cui lavoriamo – che dipende dal suo ministero – in riferimento a quelle nostre lettere ci ha rescisso i contratti dopo anni e anni di precariato continuativo. Nell’oggetto della comunicazione di «rescissione», che noi per semplicità  definiamo licenziamento, c’era proprio scritto «in riferimento alla sua del 21 gennaio», cioè rivendicare i nostri diritti diventa il motivo per essere messi sulla strada. A Italia Lavoro ben il 58% del personale (633 collaboratori a fronte di 419 dipendenti) è composto da precari, e non stiamo contando i contrattisti a termine, inclusi tra i dipendenti. Ci occupiamo tutti del collocamento delle fasce più deboli del mercato del lavoro. Ebbene, 350 di noi scadono a fine anno e non potrebbero avere il rinnovo a causa di una norma interna che vieta di superare i 36 mesi. Così stanno aprendo nuove vacancy, cioè pubblicano sul sito dell’agenzia i profili per cui candidarsi, infornando nuovi precari e mettendo i vecchi alla porta. Ai lavoratori a termine, che non possono licenziare in corso di contratto, offrono il rinnovo solo dietro la rinuncia al pregresso. Facciamo solo un esempio che conferma la ritorsione contro quelli che hanno scritto la lettera per il Collegato: chi è già  scaduto, si è candidato alle nuove vacancy, tutte aderenti esattamente ai ruoli in agenzia che ricoprono da anni; ebbene, non hanno passato neanche la prima verifica dei curriculum. Scartati dopo anni di lavoro in agenzia.
Marco e Loretta (Sviluppo Lazio): La nostra agenzia supporta la Regione in progetti ambientali, di sviluppo del territorio, offre consulenze agli assessorati e alle imprese. È a totale controllo pubblico: l’80% della Regione, il 20% della Camera di Commercio di Roma. Ci lavoriamo in 200 circa, ma i precari siamo almeno una cinquantina, almeno stando alle email che abbiamo ricevuto dopo che ci siamo mobilitati. Infatti l’azienda non ci vuole fornire la pianta organica. Una ventina di noi è già  scaduta a inizio anno, un’altra ventina è in scadenza a breve: in molti abbiamo scritto le lettere di impugnativa sulla base del Collegato, e non sappiamo a questo punto se ci saranno effettivamente dei rinnovi. A molti di noi hanno già  detto che non ci sono fondi per nuovi contratti, mancherebbero le commesse.
Rosa e Giuliana (Formez): Il Formez segue i progetti di innovazione, trasparenza, formazione della Pubblica amministrazione; partecipa anche a delle gare, ad esempio per i fondi europei, quindi per buona parte si autofinanzia. Ci lavorano 230 dipendenti a tempo indeterminato e 200 a termine, e poi ci sono oltre un centinaio – almeno, ma non ci sono dati ufficiali – di collaboratori e precari a vario titolo. Nel gennaio di quest’anno, dopo che erano state spedite alcune decine di lettere di impugnazione in base al Collegato lavoro, l’agenzia ha invitato i precari a una «conciliazione»: avrebbero ottenuto nuovi contrattini – anche solo di due o tre mesi – se avessero accettato di stracciare le lettere e rinunciare a tutto il pregresso. Tutti quelli che non hanno «conciliato», non hanno avuto alcun rinnovo. Una di noi due ha diversi anni alle spalle presso il Formez (poco meno di 10) e ha ricevuto la proposta di buttare a mare tutto per un rinnovo di due mesi. Con il mutuo e la famiglia sulle spalle, si è costretti ad accettare anche questo. Il tutto, con l’avallo e l’«assistenza» di Cisl, Uil e Ugl: solo la Cgil si è rifiutata di dire sì a questa procedura.
Avete formato la Rete perché non vi identificate con il sindacato classico? State comunque collaborando con loro?
Maurizia (Italia Lavoro): Effettivamente ci siamo uniti perché abbiamo notato una certa debolezza nel sindacato, almeno per sostenere le vertenze dei precari all’interno delle nostre agenzie. Però diversi di noi si sono iscritti al Nidil, perché è l’unico sindacato che non ha firmato l’accordo collettivo sull’impossibilità  del rinnovo dopo 36 mesi, l’unico che ha indetto assemblee per spiegare i contenuti del Collegato lavoro; ci hanno dato consigli, e sostengono alcune nostre vertenze, come quella di Katia… Noi comunque siamo nati come rete indipendente che dialoga con il sindacato, e quando ce ne sono le condizioni fa anche delle battaglie insieme a loro. Il problema è che ragionano ancora con gli schemi del lavoro novecentesco, quando c’era la piena occupazione e il lavoro era l’unico metro per misurare la dignità  di una persona, e si lottava soprattutto per la dignità  nel lavoro. Secondo noi oggi il precario ha una identità  che non può essere data solo dal lavoro che fa, per il semplice fatto che 6 mesi magari fa 4 lavori, e altri 6 mesi nessuno. Allora si deve trovare una via per dare dignità  alla persona completa, che è precaria nella vita, come padre e madre che deve mandare i figli a scuola, come persona che usufruisce del welfare e dei servizi, come lavoratore che deve essere formato, come soggetto che recepisce e crea cultura. Per questo pensiamo a modelli diversi di società , dove ad esempio venga riconosciuto il reddito di base, e garantita la continuità  di reddito per tutti. Un esempio concreto? Italia Lavoro dice che non può stabilizzarci tutti e subito, ma allora noi diciamo che potrebbero esserci altri modi per garantire continuità  di reddito a tutti: si potrebbe contrattare con alcuni lavoratori, se sono interessati, una continuità  nelle consulenze anziché una stabilizzazione da dipendenti. Non tutti vogliono le stesse cose.
Marco e Loretta (Sviluppo Lazio): Noi ci siamo avvicinati al sindacato solo dopo la vicenda del Collegato lavoro, prima eravamo frammentati, isolati, non ci conoscevamo neanche tra noi. Però abbiamo avuto una brutta esperienza: abbiamo scritto alle Rsa, quelle dei bancari di Cgil, Cisl e Uil, per chiedere di conoscere cosa venisse discusso in assemblea, per poter partecipare a nostra volta, per essere messi all’ordine del giorno, come precari, dei loro dibattiti. Ma nulla, dopo un mese e mezzo tutto taceva. Allora ci siamo rivolti al Nidil: hanno chiesto un incontro formale con l’azienda, ma dopo 5 mesi l’unico risultato è stato un caffè fuori, al bar, con uno dei dirigenti, che ha fatto presente che non ci sono più soldi per alcune commesse e che quindi molti di noi non potranno avere rinnovi. Ecco, molti di noi hanno pure la tessera in tasca, ma sinceramente per il momento siamo delusi.
Rosa e Giuliana (Formez): Ribadiamo il fatto scandaloso che Cisl, Uil e Ugl hanno avallato la conciliazione. In gruppi di 5-6 persone, siamo stati accompagnati davanti ai dirigenti a firmare la rinuncia al pregresso, e con delegati sindacali che abbiamo visto per la prima volta, presentati così, da un momento all’altro, poco prima di entrare. La Cgil ha fatto bene a non dire sì a questo scandalo. Però bisogna anche dire che di recente, in dicembre, sono state concordate 24 assunzioni – da Cgil, Cisl e Uil – che non avevano criteri chiari, con selezioni a discrezione della dirigenza, e a cui potevano accedere solo i tempi determinati, e non tutte le altre figure precarie, che pure stanno lì da diversi anni. Questo non ci è piaciuto.
Le vostre agenzie dovrebbero essere gestite in modo diverso? È anche un’accusa alla politica?
Maurizia e Katia (Italia Lavoro): Qui si centra uno dei punti della nostra battaglia più generale, che ci può aprire a tutti gli altri istituti pubblici che si stanno già  avvicinando al nostro movimento. Perché queste sono agenzie completamente di proprietà  pubblica e che vivono di fondi pubblici, pur avendo una natura giuridica di spa o di soggetti privati. Rispondono ai dettami pubblici per stare nell’elenco Istat, rispetto ai tagli decisi dall’ultima finanziaria (tipo il blocco delle assunzioni, con il logaritmo che se risparmi il 20% nel primo anno ne puoi assumere 20… fino ad arrivare al 2015) o alla legge Brunetta sulla gestione interna degli organici. Così quando devono gestire quelle che loro chiamano le «risorse umane», e fa comodo tagliare, stanno sotto i dettami della legge a Italia Lavoro è accaduto per il bacino di prelazione e il tetto massimo di 36 mesi per i contratti «flessibili». Sono molto solerti a recepire le leggi restrittive, ma dall’altro lato si comportano da spa, e si mettono continuamente in deroga rispetto alle stesse leggi, quando servono i mezzi più «spicci» del privato. Noi chiediamo invece il rispetto delle persone che lavorano, lo pretendiamo, come dovrebbe essere in qualsiasi luogo che lavora per il pubblico e con fondi pubblici.
In questo periodo il mondo del lavoro è in subbuglio. C’è la vostra vertenza, ci sono i precari della scuola in tenda sotto Montecitorio, in autunno i metalmeccanici scendono in piazza per il contratto. Come vi sentite rispetto alle lotte dei lavoratori un tempo ritenuti «garantiti»? E difendere il contratto nazionale per voi ha ancora senso?
Raphael (Punto San Precario): Va ricordato che su 40 milioni di persone disponibili al lavoro in Italia, ben 15 milioni sono inattivi. E in mezzo ai restanti 25 milioni ci sono i precari, i disoccupati, i cassintegrati: il lavoro dipendente a tempo indeterminato, l’articolo 18, copre ormai meno di 10 milioni di persone. È un’isola veramente piccola, verrebbe da dire che sono loro gli «atipici». Senza gettare alle ortiche le conquiste del passato, io credo però che oggi non puoi solo risolvere la questione della precarietà  con le politiche del lavoro, per il semplice fatto che molti non lavorano, o sono in nero o precari. Devi affrontare il tema della precarizzazione generale della società , e costruire un welfare inclusivo per tutte le figure. Per questo credo nella presa di parola dei precari dal basso, più che nelle grandi organizzazioni che fanno politica con la p maiuscola, che gestiscono il potere dalle istituzioni. Il contratto oggi non basta a tutelare tutti, diventano soltanto chiacchiere. Ci sono possibilità  di decisione dal basso, pensiamo alla Val di Susa: lì i movimenti ci stanno dimostrando che la decisione politica non viene solo dall’alto, dai soggetti organizzati, ma può venire dal basso e dai movimenti. Certo si collabora con i lavoratori dipendenti, lo facciamo ad esempio con la Fiom, ma il sindacato deve adeguarsi ai tempi altrimenti sparisce. Il caso Bertone dimostra una cosa: la tua base, quando ha la pistola puntata alla tempia, non riesce a elaborare il conflitto, a seguire i princìpi: si devono creare alleanze più vaste, come in parte si sta facendo.
Maurizia (Italia Lavoro): Io personalmente sono più attenta al tema contratto nazionale, e comunque su questi nodi – il rapporto con gli altri sindacati e le prossimi proteste – siamo in continua discussione e non c’è per ora una posizione di tutti. Se vediamo il Collegato lavoro, al punto in cui si parla di certificazione e di arbitrato, non si sta dicendo altro che il ritorno al contratto individuale, dove inevitabilmente il lavoratore è più debole rispetto all’impresa. Ci vogliono togliere tutte le tutele, e non credo che la soluzione oggi possa venire dal contrapporre gli «in» e gli «out» del mercato del lavoro, i «garantiti» contro i «precari», togliendo agli uni per dare agli altri come ad esempio si propone anche in parte del Pd, con Ichino. No, quelle conquiste del passato vanno tenute ferme, e però sottolineo che se difendiamo solo quelle conquiste, allora lì sbagliamo: perché non riuscirai a tenere dentro tutto il variegatissimo mondo dei precari, che vuole e sente tante cose diverse. «Tutti in piedi», la manifestazione con la Fiom, certo ci è servita per svegliare noi e loro. C’è un’insofferenza sociale diffusa che supera i problemi di democrazia nei posti di lavoro e di tutele nei posti di lavoro, per cui Landini ha detto «cerchiamo» di tenere tutto insieme, non si sa con quali linguaggi e pratiche. Sono tentativi che faremo da qui in avanti, non abbiamo la palla di vetro… ma ad esempio i metalmeccanici hanno aperto per la prima volta alla questione del reddito di cittadinanza che prima era un tabù in alcuni ambienti. Faccio un altro esempio: qualche giorno fa ero a un dibattito con delle lavoratrici autonome; ebbene loro, a differenza mia, non chiedono la maternità  lontana dal lavoro, ma al contrario chiedono di poter continuare a lavorare, la continuità . Una cosa che non potevo immaginare, ma rendiamoci conto che il mondo del lavoro ormai è variegatissimo e va colto tutto insieme.
Katia (Italia Lavoro): Io quando ho visto quello che succedeva a Pomigliano ho sentito violati i diritti elementari. Mio padre faceva il metalmeccanico, credo che non possiamo rinunciare a quei diritti a cuor leggero, qualsiasi lavoro si faccia. Se alcuni di noi perdono alcuni diritti e tutele, dopo tocca agli altri,
Sembra che nella politica il vento stia cambiando, dopo le amministrative e i referendum. Vi sentite rappresentati dai partiti?
Maurizia (Italia Lavoro): Il popolo che sta scendendo in piazza non appartiene più a nessuno, non ci rappresenta nessuno dei partiti di oggi. Ai referendum abbiamo partecipato, certo, sono stati una grande occasione di partecipazione. Quello che accade oggi nelle piazze, è rabbia e indignazione, ma è anche presa di parola dal basso. E solo in parte si può riportare alle primavere arabe, come molti riportano in una similitudine che ritengo eccessiva. C’è forse solo un punto in comune con popoli che stanno vivendo situazioni diversissime dalle nostre, spesso represse nel sangue: è l’emergere di nuovi soggetti emergenti che non si sentono più rappresentati e cercano di prendere spazio nel luogo pubblico. E io per luogo pubblico intendo proprio l’agorà , la politica come vivere insieme. Agorà  è il luogo di indignazione e di rabbia, ma anche dove si elabora la politica. L’autogoverno dal basso, come accade con esperienze del bilancio partecipato o delle università  dei cittadini in Francia: non so se i casi di Pisapia e De Magistris potranno permettere questi spazi, ma certamente i referendum sono stati un grande momento di partecipazione collettiva, e lo sono le reti orizzontali. L’unico punto che mi pongo, venendo comunque da una tradizione che ha visto la politica nel suo senso classico, è come la presa di parola e la piazza potrà  porsi il termine della rappresentanza e del potere. Lo stesso referendum ha un’insidia: non sempre riesce a condizionare i processi politici, è strumento potentissimo di cittadinanza che vuole riprendere la propria vita, i propri corpi, l’acqua che beviamo e l’aria che respiriamo. Ma a un certo punto questo popolo dove va? Si rischia la «rivoluzione incopiuta», come quelle definite nei paesi arabi da Tariq Ramadan: chiediamoci quanto le istanze della nuova borghesia, dei commercianti, di contadini e minatori hanno veramente smosso l’assetto geopolitico, finanziario, delle zone di libero scambio, il potere degli Stati Uniti. Io direi pochissimo.
Marco (Sviluppo Lazio): Ci sono tanti metodi di partecipazione dal basso, tante possibilità  di disegnare una democrazia, ma sinceramente penso che poi devi fare comunque i conti con la politica e i partiti, con i sindacati come soggetto organizzato. Non penso che tutto possa iniziare e concludersi nella partecipazione dal basso, devi incidere sul potere.
A questo punto quali sono i vostri prossimi passi? Vi stanno contattando altri precari? Allargherete la vostra rete?
Katia (Italia Lavoro): Sì, ci stanno contattando dall’Isfol, dall’Istat, dall’Inps, dall’Istituto di vulcanologia, solo per fare qualche esempio. O anche da Capitale lavoro, l’agenzia della provincia di Roma, o i precari della Regione Puglia. Ovviamente vogliamo allargare il movimento, restando sull’origine da cui siamo partiti, le agenzie pubbliche, ma dialogando anche con i precari del privato. Per il momento il nostro blog di riferimento è quello da cui abbiamo iniziato la vertenza, Italia senza lavoro: lì abbiamo cominciato a denunciare gli abusi che venivano fatti dentro Italia Lavoro, ma poi hanno cominciato a contattarci tanti precari che come noi avevano subito il Collegato lavoro. Siamo pronti, sia dalla nostra agenzia, che dal fronte del Formez e di Sviluppo Lazio, a mettere on line i Preca-leaks, piccoli dossier con le prepotenze e gli abusi ai danni dei precari, sul modello di Wikileaks. Infine per l’autunno, prepariamo nuove uscite pubbliche. Stiamo definendo come muoverci e i punti su cui concentrare le nostre lotte. Dopo il «caso Brunetta», abbiamo anche un nuovo rapporto con i media, che va gestito con attenzione.
Testi elaborati da Antonio Sciotto. Al forum con i precari della Rete In-dipendenti hanno partecipato Loris Campetti, Sara Farolfi, Angelo Mastrandrea.


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