Una scintilla di speranza

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Sono scoppiate quelle che sono state chiamate le «primavere arabe» (anche se hanno toccato il loro culmine in inverno) su cui tanto è stato scritto. Ma il mistero rimane: come hanno potuto dilagare questi moti? Come è successo che la speranza abbia contagiato paesi che da decenni cercavano invano di scrollarsi di dosso una cappa asfissiante?
È un mistero che ci riguarda. Come fare che una scintilla scocchi anche sulla riva nord del Mediterraneo? Come creare un contagio della speranza? Come innescare un effetto domino virtuoso?
È per rispondere a queste domande che noi de il manifesto abbiamo voluto organizzare un convegno sulle primavere arabe che ponga in primo piano la domanda – e il problema – della speranza. Il convegno comincia oggi e si concluderà  sabato mattina. Vi ascolteremo voci da quasi tutti i paesi contagiati dalle insurrezioni, voci di tutte le età  a riflettere il ruolo fondamentale esercitato dai giovani, voci di ambo i generi, a sottolineare il ruolo straordinario avuto dalle donne, come si è visto dalla telecronoca di Piazza Tahir al Cairo. Non pretendiamo risposte, vogliamo fornire a noi e a voi gli strumenti concettuali per capire meglio quel che è successo lì, e quindi quel che succede qui. Capire un po’ meglio quel meccanismo della speranza che in Europa sembra inceppato. In fondo cos’altro aveva entusiasmato nella campagna elettorale di Barack Obama, se non che il suo era per la prima volta da decenni un messaggio di speranza nel futuro?
Noi sappiamo che la caratteristica principale della speranza è di andare delusa. Quindi nessuno si fa illusioni.
È possibile che alcune – forse tutte – di queste rivoluzioni siano normalizzate. E che l’ordine torni a regnare al Cairo, a Tunisi, a Tripoli, a Damasco, a Manama, come in altra epoca regnava a Varsavia. Ma solo l’assenza totale di prospettive ci può premunire dalle disillusioni, proprio come solo il non fare ci esime dall’errore. Certo è che quel che è iniziato nel Magreb e nel Machrek non finisce qui, e che dobbiamo ancora assistere all’onda lunga di questa primavera. Un’onda lunga che ci riserverà  altrettante sorprese di quelle che ci hanno colpito a gennaio quando tiranni inamovibili sono crollati come giganti dai piedi di argilla.
Ho sempre trovato profondamente reazionario lo slogan (variamente attribuito ad Antonio Gramsci o a Romain Rolland) del «pessimismo della ragione e ottimismo della volontà »: quest’atteggiamento ci dice di sperare contro ogni ragione. Mi sembra invece che noi dobbiamo esercitare un ponderato, disilluso «ottimismo della ragione».
Ecco, vorremmo che questo convegno fosse un esercizio di ottimismo della ragione. In un certo senso, il fatto che il convegno avvenga davvero è già  una controprova che ogni tanto c’è ragione di essere ottimisti. Nelle nostre ben note, disastrose condizioni economiche non avremmo mai potuto, da soli, mettere su una simile organizzazione, pagare il viaggio e il soggiorno ai relatori, pagare un apparato di traduzione simultanea e affrontare tutte le altre (ingenti) spese necessarie. Ma la rete televisiva Sky e la rivista Oil dell’Eni hanno avuto fiducia in noi e sono stati tanto lungimiranti da fornirci il loro sostegno lasciandoci la completa regia dell’evento. E dandoci la possibilità  di incontrare i tanti interlocutori e le tante protagoniste di questa primavera che speriamo duri fino a diventare un autunno caldo.


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