Crac Finmavi, nuovo arresto per Cecchi Gori

MILANO – Non c’è due senza tre. Potrebbe essere il titolo di uno dei suoi tanti film di successo. Ma lui, probabilmente, non ha tanta voglia di scherzarci su: Vittorio Cecchi Gori è stato arrestato (questa volta se la caverà  ai domiciliari) per la terza volta da inizio millennio. L’accusa è la solita: una stangata, direbbero a Hollywood. Bancarotta fraudolenta per il crac della Finmavi, traducono in italiano gli atti che gli sono stati notificati ieri dalla Guardia di Finanza nella sua splendida residenza di Palazzo Borghese a Roma. Il tycoon toscano messo in ginocchio dal crac del suo impero di celluloide – dicono i pm – avrebbe provato ancora una volta a far sparire un po’ di soldi sotto il naso dei creditori cui deve la bellezza di 600 milioni. Il fattaccio risalirebbe a marzo 2001: Cecchi Gori ha vinto una causa da 14 milioni in California – non poteva scegliere location più cinematografica – contro il suo ex socio Gianni Nunnari. Il Tribunale di Roma ha messo sotto sequestro la cifra ma quando ha provato a incassarla per onorare un po’ dei debiti della Finmavi non ha trovato nulla. Anzi. Ha scoperto che alcuni emissari statunitensi del produttore – un deja vu nella sua Odissea giudiziaria – avevano tentato di metterci le mani sopra oltreoceano.
Un copione già  visto, anche nel suo epilogo. L’ex presidente della Fiorentina è stato arrestato una prima volta nell’ottobre del 2002 per il fallimento dei Viola («La mia colpa? Non aver truccato i bilanci e Moggiopoli ha dimostrato che avevo ragione» è stata la sua ardita linea difensiva). Condannato a tre anni nel 2006, se l’è cavata grazie all’indulto. Il primo sequel è del 2008 quando è finito per un paio di mesi dietro le sbarre di regina Coeli per il crac della Safin. «Sono un perseguitato», disse lui all’epoca, convinto di essere nel mirino dei potenti del mondo per la querelle con Telecom Italia su Telemontecarlo. L’accusa in realtà  era la solita: aver cercato di far sparire 11 milioni della società  per trasferirli nei suoi conti personali.
Ora Cecchi Gori ha concesso il tris. E chi lo conosce non si stupisce nemmeno tanto. «Da piccolo ho imparato una cosa – è stato sempre il suo mantra –. Per far quadrare i conti devi sapere quanto hai nella tasca destra e quanto in quella sinistra». Peccato che non abbia mai memorizzato la lezione. L’ex fidanzato di Valeria Marini ha vinto due Oscar – “La vita è bella”, “Il postino” – e ha dimostrato di masticarne di cinema. Ma ogni volta che ha provato a occuparsi di finanza (e d’amore) ha fatto pasticci. Quando è fallita la Finmavi ha cercato di ricomprarsela dall’estero con alcune misteriose holding offshore. Ma è stato beccato subito. Ha tentato di convincere i creditori a dargli un po’ di respiro mettendo sul piatto a garanzia le sue ville a Londra e Beverly Hills. Salvo poi farle svanire nel nulla una volta ottenuto il risultato. «I bilanci non spiegano mai bene quello che uno possiede davvero – ha provato a giustificarsi –. Io non ho mai licenziato nessuno e ho sempre pagato tutti fino all’ultima lira».
La vita però non è un film. Ok la battuta, ma i creditori del tycoon sono lì a dimostrare il contrario. E il terzo arresto conferma che il lieto fine è ancora lontano. «Nell’Italia che si dimentica di Tanzi e Cragnotti lo sport nazionale è sparare su di me», diceva lui un paio d’anni fa. Gli ex patron di Parmalat e Cirio sono appena stati condannati. E se mai l’Italia si fosse dimenticata del vulcanico Cecchi Gori, ci ha pensato lui – con l’ennesima ingenua stangata californiana – a riaccendere i riflettori sul suo personalissimo e un po’ mesto Sunset boulevard.


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