Operaie in sciopero, uomini a lavoro nell’impresa che licenzia solo donne

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INZAGO – Il piccolo mondo antico è sulle rive della Martesana, venti chilometri a nordest di Milano, mezz’ora di macchina dalla città  che guarda al futuro. La MaVib, fabbrichetta metalmeccanica con le ortensie in giardino e il fiume che scorre davanti, da venticinque anni produce motori per gli impianti di condizionamento e oggi, con la coda della crisi, dopo quattro anni di cassa integrazione a singhiozzo, decide di licenziare una parte del personale. A settembre, su 53 dipendenti, di cui una trentina operai, tredici saranno messi in mobilità , che detto con parole semplici vuol dire che saranno licenziati. Ma a stare a casa, secondo il padroncino Ivaldo Colombo, saranno solo le donne. Perché è quello – la casa, la cura dei figli – il posto loro. Perché il loro stipendio è comunque semplicemente il secondo. E perché se c’è qualcuna che ha dei figli ma non ha un marito che la mantiene, si arrangi, poteva pensarci prima.
«Un ragionamento fuori del tempo», come dice il vicesindaco di Inzago Enrica Borsari; «un’azione gravissima che calpesta la dignità  femminile», come pensa Cristina Stancari, assessore alla Pari opportunità  della Provincia; «una discriminazione inaccettabile che non passerà », come anticipa il sindacalista della Fiom Fabio Mangiafico? Non proprio. Perché ieri mattina, al presidio di protesta davanti alla fabbrica, convocato in tutta fretta all’indomani della notizia dei licenziamenti, hanno partecipato solo loro, le donne. Racconta L., un’operaia: «Abbiamo provato a fermare i colleghi, ma non c’è stato niente da fare. Hanno lasciato fuori le macchine e sono entrati a piedi. Questa – ma lo avevamo già  capito – è una battaglia solo nostra».
Non è la prima volta che i Colombo – tre generazioni che lavorano in fabbrica, un’idiosincrasia per la giornalista che viene accompagnata alla porta “tanto scrivete quello che vi pare” – trattano uomini e donne in modo diverso. L’intenzione di discriminare le operaie era già  apparsa chiara a settembre, quando, nell’ultima tornata di cassa integrazione, sono state penalizzate solo le lavoratrici. Da allora, i tentativi della Fiom di riequilibrare le cose sono sempre caduti nel vuoto; fino a mercoledì, data dell’ultimo incontro, a Milano, nella sede dell’Api, al quale l’amministratore delegato si è presentato annunciando l’intenzione di licenziare solo le donne. «Ha detto – racconta Mangiafico – che le lavoratrici svolgono mansioni che non servono più e che non sono in grado di fare dell’altro. Ma è solo l’ultimo atto di imperio, una rappresaglia verso le nostre proteste sulla cassa a sesso unico».
«Non si è mai visto – dice l’avvocato Fabrizio Daverio – un utilizzo così smaccato di un criterio discriminatorio. Vietato sia dalla legge italiana che dalle norme europee. C’è perfino da non crederci». Mentre il Parlamento italiano approvava la legge sulle quote nei cda, mentre migliaia di donne in ogni minuti del giorno e della notte guidano i tram, nel piccolo mondo di Inzago le donne non sono ritenute capaci di guidare i muletti. «State a casa a curare i bambini», ha ripetuto loro in questi anni il padrone. Adesso operaie e sindacato sperano nei tavoli di mediazione: l’8 ci sarà  un incontro con la Provincia, si aspetta la convocazione della Regione». «Altro che passi avanti – commenta Maria Sciancati, segretaria generale della Fiom – è una questione di mancata civiltà  e di diritti, e noi stiamo tornando indietro di anni. Dietro questa uscita c’è un’idea ottocentesca del lavoro, quando le persone venivano considerate merci e le donne solo soggetti cui delegare la casa e la famiglia».


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