Strauss-Kahn ritornerà  “pulito” ma i francesi non lo perdoneranno

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Precipito i tempi. Non tengo conto che il giudice di New York deciderà  soltanto tra un paio di settimane (il 18 luglio) se prosciogliere o meno Dominique Strauss-Kahn. E immagino, da adesso, il suo rientro in patria, liberato dall’accusa di stupro. Dopo la svolta giudiziaria è assai probabile che questo accada. Possiamo augurarcelo.
Mi chiedo tuttavia, subito, se sarà  il ritorno trionfale dell’eroe nazionale sfuggito alla tenaglia moralista americana, oppure soltanto il recupero formale, rituale, di un personaggio politico non più esemplare, che suscita significative perplessità .
Un forte sollievo per la dichiarata innocenza penale è prevedibile tra amici e sostenitori. È inevitabile e giusto. Logico. Ed è anche naturale l’affiorare in larga parte della società  francese di una certa sensazione di rivincita rispetto agli amici-avversari d’oltre Atlantico, con i quali ha intrecciato una tenzone che ha messo a confronto, con molte ovvietà  e punte di erudizione, puritanesimo e libertinaggio, moralismo protestante e permissività  europea, attraverso storia e letteratura. Lo spirito di rivincita dovrebbe essere tuttavia accompagnato da un dovuto rispetto per uno Stato di diritto nel quadro del quale la pubblica accusa sa riconoscere con grande rapidità  i propri madornali (oltre che insultanti e devastanti) errori. Neppure in questa occasione, nonostante passioni e polemiche, la Francia dovrebbe osservare il razionalismo, che spesso trascura pur essendone la depositaria.
E sarà  proprio quest’ultimo, il razionalismo, già  ben visibile, a dare una giusta dimensione al recupero di Dominique Strauss-Kahn. Ritorna un innocente, senza infamanti macchie penali, ma anche un “sex addict”.
Quest’ultimo aspetto della sua personalità  era conosciuto da tempo, da amici e nemici, in patria e all’estero, ma non aveva attirato troppa o sufficiente attenzione. Pochi avevano sollevato dubbi sulla opportunità  di affidargli incarichi di alta responsabilità . In termini più schietti, sembra che sia sul punto di rientrare in patria un personaggio accusato ingiustamente di un crimine odioso qual è lo stupro, ma anche un uomo che ha confermato la sua tendenza, ammettendo di aver avuto comunque rapporti sessuali consenzienti con la cameriera africana, la quale, pur avendo perduto la credibilità  attribuitale all’inizio, continua a sostenere di essere stata violentata.
Quello dell’hotel Sofitel è stato l’ultimo episodio, sia pure incruento, di una vecchia ossessione di Strauss-Kahn. Non certo dovuta all’amore per le donne, che, sia ben chiaro, è tutt’altra cosa. Essere sex addict non è un delitto. Riguarda psichiatri e psicologi. Non poliziotti e giudici. Ma a un uomo con pubbliche responsabilità  si impongono comportamenti trasparenti, che non espongano a ricatti e non sconfinino in abusi. Dall’autorevole rappresentante della sinistra europea, dal potente economista in grado di influire sul benessere di intere popolazioni, dal probabile candidato progressista alla presidenza della Repubblica di un grande ricco paese, ci si aspetta altro. Non basta che non commetta crimini. È facile definire Dominique Strauss-Kahn «innocent et pervers», come fa un intellettuale parigino della sua stessa corrente socialdemocratica. Dunque non colpevole di un crimine ma ugualmente disadatto a ricoprire cariche di grande responsabilità .
Il reduce della vicenda di New York rientrerà  insomma in patria, quando il giudice di Manhattan lo deciderà , con la fedina penale pulita ma con una “cartella clinica” che non era presa in considerazione in patria prima della triste avventura americana. Non si può che condividere quel che scrive il New Yorker, vale a dire che è stata un’ingiustizia flagrante verso Strauss-Kahn giudicarlo sulla base dei comportamenti sessuali anteriori. Non è stata un esempio di eleganza, la pesantezza, spesso la volgarità , delle accuse riversate su di lui dalla stampa popolare americana, spesso ripresa da quella europea, solerte nel raffigurare un mostro francese, uscito dai manuali psichiatrici dell’Ottocento. Ma dagli esponenti della società  politica si esige un passato trasparente, al di là  dello stretto quadro penale.
Non credo che l’America sarà  meno puritana nei confronti della società  politica quando (e se) sarà  confermato l’errore giudiziario nei confronti di Strauss-Kahn. Del resto ai tempi dei Kennedy non lo era poi tanto.
Penso invece che la Francia sarà  meno permissiva. E questo impedirà  a Strauss-Kahn, se prosciolto dal tribunale di New York, d’inserirsi alla corsa della presidenza francese, nel caso covasse ancora l’ambizione. L’iscrizione alle primarie del partito socialista scade il 13 luglio, cinque giorni prima del giudizio di New York. Ma nelle ultime ore era apparso possibile un rinvio, per consentire appunto la partecipazione di Strauss-Kahn, che prima della fatale mattina nella camera dell’hotel Sofitel era il candidato di sinistra favorito, in grado di battere Nicolas Sarkozy, “inevitabile” campione della destra.
Ma il generoso slancio dei compagni di partito sembra essersi via via spento, di fronte all’eventualità  di far rappresentare la sinistra dal personaggio «innocent et pervers», secondo l’intellettuale socialdemocratico.
L’avventura di Strauss-Kahn a New York ha avuto un forte impatto sulla società  politico-mediatica parigina. Ha cambiato i paradigmi morali. Li ha resi più severi. Dominique Strauss-Kahn potrà  essere un uomo di grande influenza in eventuali governi di sinistra, per la sua esperienza in campo economico. Ma è escluso, nonostante il sostegno dei suoi numerosi amici che egli possa puntare un giorno più in alto. Non pochi elettori di sinistra gli negherebbero il consenso che gli avevano riservato. I sondaggi rivelano che Francoise Hollande, ex segretario del partito socialista resta il favorito (seguito da Martine Aubry) ed è virtualmente in grado di battere Nicolas Sarkozy, alle presidenziali dell’anno prossimo. Il caso Strauss-Kahn non avrebbe dunque pesato sulla sinistra. I francesi l’hanno considerato come un fatto individuale.


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