Aida Seif Al Dawla: «Donne al palo nel dopo rivoluzione»

Non a caso sono la maggioranza dei rinviati a giudizio di fronte alle tanto contestate corti militari. Sul ruolo delle donne a sei mesi dalla rivoluzione, sui diritti negati e le battaglie future, ma anche sui temi caldi della politica nazionale, abbiamo intervistato al Cairo Aida Seif al Dawla, esponente di primo piano del movimento femminista e della sinistra. Il suo centro «Nadim» contro la violenza è una delle espressioni più conosciute e rispettate della società  civile.
Cosa ha cambiato la rivoluzione per le donne egiziane
Ci sono vari livelli. Se parliamo della strada, della gente comune, degli studenti e delle lavoratrici, allora possiamo dire che qualche progresso importante è stato fatto. Il protagonismo delle donne egiziane è un fatto accertato e riconosciuto da tanti. E non è limitato solo alle appartenenti alla classe media ma riguarda anche la popolazione più povera. Quanto questo protagonismo sorto in piazza Tahrir sia penetrato nelle famiglie è difficile dirlo ma certo anche lì sta avendo riflessi interessanti che potranno evolversi ulteriormente in futuro.
In politica i cambiamenti però sono stati insignificanti…
E’ vero, molte donne vengono invitate a partecipare a forum e conferenze, intervistate da radio e televisioni, ma continuano a rimanere assenti ai vertici delle istituzioni. Ad esempio nessuna donna fa parte del comitato di saggi (nominato dall’Esercito) incaricato di elaborare le linee fondamentali della futura costituzione e ancora oggi non si è capito sulla base di quali criteri siano stati scelti i suoi componenti. Purtroppo i partiti non stanno agendo in maniera molto diversa dal passato, e preferiscono accogliere e promuovere i dirigenti ed attivisti maschi perché portano più voti alle elezioni. Ma questo dipende anche dall’attuale sistema elettorale.
E’ a favore della quota-rosa, applicata durante le elezioni legislative per il rinnovo dell’ultimo parlamento, con Mubarak ancora al potere?
Nel caso dell’Egitto credo che sia necessaria. In generale però non guardo ad essa con favore perché le donne, poste in condizioni di piena parità  con gli uomini, devono saper dimostrare le loro capacità  ed essere in grado di farsi eleggere.
I laici in Egitto temono un parlamento dominato dai Fratelli musulmani. Lei?
In verità  non credo sino in fondo alle previsioni di chi parla del 50% dei seggi che andranno agli islamisti. Sono certo che i Fratelli musulmani e i salafiti conquisteranno un bel po’ di consensi ma dubito che riusciranno a controllare realmente il parlamento. Mi preoccupa di più la concentrazione di forze capitaliste che si sta saldando agli islamisti. Si tratta di uno schieramento che punta sul «concedere qualcosa» di significativo ad ogni parte coalizzata. Nelle settimane passate ho letto che esponenti del fronte conservatore vorrebbe limitare al minimo il diritto delle donne di divorziare e non manca chi vorrebbe reintrodurre il provvedimento che consente di riportare con la forza a casa una moglie o una figlia facendo ricorso alla polizia.
L’Egitto come Stato civile, del quale si dibatte tra le forze politiche in queste settimane, può offrire alle donne la realizzazione di diritti ed aspirazioni?
Lo Stato civile del quale si parla tanto non ha possibilità  di essere realizzato. I vari documenti che abbiamo letto, incluso quello elaborato dagli sceicchi dell’università  islamica Azhar, cercano soltanto di trovare un punto di consenso nazionale e non di garantire diritti alle donne.
Qual è la strada che lei invita a seguire?
Non esiste una sola ricetta, da parte mia sollecito la sinistra egiziana a tornare a fare la sinistra, a lavorare per la trasformazione della società  e, quindi, al raggiungimento della piena uguaglianza tra uomo e donna in ogni campo, dal lavoro alla vita.


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