Il presidente Chà¡vez: «L’oro torni in patria»

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  Il Venezuela – quindicesimo al mondo per riserve auree – ha chiesto alla Banca centrale di far tornare in patria gli 11 miliardi di dollari in riserve d’oro custoditi nelle banche statunitensi ed europee: 211 tonnnellate sulle 365,8 conservate nel paese, per un valore di 18 miliardi di dollari.
«Abbiamo 99 tonnellate di oro presso la Bank of England dal 1980. Penso che debbano tornare a casa», ha dichiarato il presidente Hugo Chà¡vez, ribadendo l’intenzione di avere un maggior controllo statale sull’industria aurifera venezuelana: anche per contrastare il traffico illegale del metallo, stimato a circa 10 tonnellate all’anno. «Nel sud del paese – ha aggiunto – abbiamo una delle riserve d’oro più importanti del mondo, ma le mafie e il contrabbando fanno regnare l’anarchia».
Secondo un rapporto del ministero delle finanze, oltreché presso la Banca d’Inghilterra, il Venezuela ha piazzato le sue riserve nei forzieri dell’americana J.P. Morgan Chase, in quelli delle britanniche Barclays, Hsbc e Standard Chartered, in quelli della francese Bnp e nella banca canadese Scotia, che ha una forte presenza in America latina.
In un momento in cui l’oro ha raggiunto la quotazione record di 1,829.70 dollari l’oncia e in presenza di una crisi economica come quella che investe Stati uniti ed Europa, il Venezuela ha però deciso di essere «prudente», e di rivolgersi principalmente «ai paesi che hanno economie più solide», ha detto il ministro delle finanze Jorge Giordani. Giordani ha precisato di aver consigliato a Chà¡vez di trasferire circa 6,3 miliardi di dollari di riserve internazionali venezuelane, specialmente in depositi bancari e obbligazioni, soprattutto in Cina, in Russia e in Brasile.
Nelle miniere d’oro del paese, oltre alla compagnia di stato Minerven, sono presenti l’impresa russa Rusoro – che sfrutta uno dei più importanti giacimenti nella provincia di Bolivar (nel sud)- e la cubana Geominsal, che sta compiendo attività  esplorative. Tutte hanno accettato di collaborare con il governo venezuelano, che ha scelto di destinare parte della propria ricchezza (il paese è uno dei più importanti produttori di petrolio al mondo e il primo esportatore di greggio dell’America latina), al welfare.
Per queste ragioni, nel febbraio scorso Caracas ha annullato la concessione a un’impresa canadese, la Crystallex International, di Toronto. E molte leggi per la protezione del patrimonio ambientale sono state approvate nel tentativo di prevenire catastrofi ecologiche nelle zone delle miniere d’oro e diamanti come la provincia di Bolivar, dove maggiore è lo sfruttamento e il traffico illegale di oro, diamanti e coltan.
«Non siamo immuni dai problemi economici che interessano Stati uniti ed Europa e se i prezzi del petrolio crollano avremo ricadute», ha detto Chà¡vez, ma ha aggiunto che i paesi dell’America latina stanno cercando di proteggersi diversificando la propria economia e instaurando legami commerciali con le nazioni come la Cina e la Russia.
«Se una banca non è solida – ha affermato l’economista José Gregorio Pià±a – se ne cerca un’altra». Soprattutto quando Usa ed Europa – ha precisato – usano le riserve internazionali della Libia «per finanziare gruppi violenti e senza alcuna legittimità  all’interno del paese». Un pericolo che potrebbe arrivare anche in Venezuela – ha aggiunto l’economista – sull’onda della campagna mediatica «portata avanti dall’estrema destra».


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