La disperazione dei rifugiati somali Carestia, fango e il rischio colera

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MOGADISCIO— Fame, pianto, disperazione e morte nei campi di sfollati che sono sorti come funghi alla periferia di Mogadiscio. La gente scappa dalle regioni centrali della Somalia dove siccità  e carestia hanno reso la vita impossibile. Ma fugge soprattutto dalla guerra, causa principale della mancanza di cibo. Nei campi di sfollati ci sono decine di capanne circolari dal diametro di un paio di metri. Ogni famiglia ne costruisce una, montando uno scheletro di rami su cui vengono gettati dei teli di plastica per riparare dalla pioggia. Dentro, in media ci vivono in cinque o sei: due genitori e quattro bambini.
 I campi di Burraw, Galdhere e Bedle sorgono in quello che una volta era l’immenso quartier generale dell’ambasciata americana. Sono campi dove la disperazione si tocca con mano: la capannine sono stipate una accanto all’altra, lo spazio talvolta è talmente esiguo che per passare occorre camminare di traverso. Non ci sono latrine. A quest’uso è adibito un angolo, protetto da una parete di canne: da una parte gli uomini, dall’altra le donne. Il pericolo che scoppino epidemie di colera è concreto.
Sventura tra le sventure, a Mogadiscio la siccità  è finita e ora piove. Violenti acquazzoni, accompagnati da forte vento, dilavano il terreno trascinando la fogna improvvisata delle latrine. La mattina il sole asciuga tutto, lasciando una puzza nauseabonda, di pomeriggio il temporale allaga ogni cosa e i pavimenti di terra delle capanne si trasformano in un liquame disgustoso e stomachevole, dove sguazzano mosche e insetti di ogni genere. Il popolo dei campi è diverso da quello di Mogadiscio. Le donne non usano i burqa neri. I loro vestiti sono multicolori e se è vero che i capelli sono nascosti da un velo, le braccia sono scoperte e i decolleté messi in vista. Molte sono bantu, probabilmente discendenti dalle popolazioni autoctone del Corno d’Africa. L’esodo biblico dalle aree dove l’Onu ha dichiarato l’emergenza fame, le regioni del Bakol e del Basso Shabelle, è dovuta soprattutto alla guerra che infuria tra le truppe del governo di transizione e i ribelli islamici (i cosiddetti shebab, parola araba che significa gioventù). «Avevamo un centinaio di animali, tra cammelli, mucche e pecore — racconta Zeinab — molti sono morti e gli altri ce li hanno portati via i fondamentalisti. Le loro truppe devono mangiare e così appena possono rubano. Siamo rimasti senza cibo e siamo venuti a Mogadiscio, ma anche qui non c’è niente» .
Secondo le organizzazioni umanitarie in quelle zone sarebbero morti di fame almeno 29 mila bambini. Nei campi di Mogadiscio non ci sono organizzazioni che distribuiscono viveri con regolarità . La macchina degli aiuti qui non è ancora arrivata. Gli sfollati, comunque, non sempre vengono da lontano. Faraya abitava a Karan, uno dei quartieri della capitale controllati dagli shebab: «Mio marito— racconta— è un soldato del governo. Ogni volta che incontravo gli islamici mi dicevano che prima o poi ci avrebbero sgozzato. Una notte ho sentito qualcuno che forzava la porta di casa. Terrorizzata, sono riuscita a scappare dal retro con i miei due bambini» .
 A Mogadiscio ogni tanto si sente sparare in lontananza. La capitale è divisa in due. Da un lato il sud con il porto e l’aeroporto controllati dalle truppe fedeli al governo di transizione e dai loro alleati: soldati ugandesi e burundesi dell’Amisom, la missione dell’Unione Africana in Somalia, e miliziani di Ahlu Sunnah Waljama’a, i cosiddetti sufi, che prima di scendere sul piede di guerra erano pacifici e contemplativi. Dall’altro i miliziani fondamentalisti islamici, ragazzi fanatici e giustizieri che combattono e ammazzano nel nome di Dio e della purezza islamica; si considerano la filiale somala di Al Qaeda. In mezzo gangster, cioè criminali comuni, che sopravvivono con furti, taglieggi e rapine. I bianchi (i cosiddetti gal, parola dal doppio significato: bianco e infedele) fanno venire l’acquolina in bocca e vengono chiamati walking dollars, cioè dollari che camminano. Il loro sequestro può fruttare qualche milione di dollari. I campi sono affollati soprattutto da donne e bambini. Qualche vecchio e pochissimi uomini. Dove sono? Qualcuno è scappato verso il Kenya, altri sono rimasti a casa a cercare di difendere l’indifendibile, altri si sono arruolati tra i governativi: non per difendere un ideale, quanto per incassare i 200 dollari di salario mensile. Ma non solo gli adulti cercano di entrare nell’esercito regolare o in quello irregolare degli shebab. Purtroppo spesso imbracciano un fucile anche i bambini.
 Il Child Protection Programme, realizzato dall’organizzazione non governativa locale Iida, che si occupa di sostenere le donne, e dall’Unicef, il fondo dell’Onuper l’infanzia, si occupa del recupero dei piccoli arruolati a forza o spinti dai genitori a guadagnare qualcosa. «Purtroppo i fondi sono pochi: abbiamo in carico solo 95 ragazzini ai quali insegniamo un mestiere — spiega Mariam, la direttrice del centro —. Elettricisti, idraulici, falegnami o sarti. In Somalia c’è la fame e manca un futuro per le nuove generazioni» .
 I giovani che studiano qui ricevono due razioni minime di cibo al giorno. «Facciamo quel che possiamo — sostiene Asha, una delle leader dell’Iida— ma i fondi a disposizione sono pochi» . Mentre a Mogadiscio cala la notte, si intensificano gli spari e un temporale sta scuotendo la città , non si può non pensare a ciò che sta accadendo nei campi di sfollati. L’acqua, mista a fango, urina ed escrementi, starà  invadendo le povere capanne dei disperati. Mentre gli aiuti tardano ad arrivare.


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