Migranti, tutti indietro Confermati gli accordi

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 I diversi leader del Consiglio nazionale transitorio (Cnt) lo hanno ripetuto fino alla nausea. «Gli accordi firmati tra Italia e Libia saranno onorati». In particolare, quelli stipulati per fermare l’immigrazione clandestina conclusi tra l’Italia e la Libia nel corso degli ultimi anni. L’intesa per i pattugliamenti congiunti siglata da Romani Prodi alla fine del 2007, entrata in vigore di fatto dopo la firma del Trattato di amicizia cooperazione e partenariato firmato da Muammar Gheddafi e Silvio Berlusconi il 30 agosto del 2008 in una Bengasi ben diversa da quella di oggi rimane totalmente in piedi. E in piedi, c’è da aspettarselo, rimarrà  la prassi dei respingimenti in mare delle barche degli immigrati, inaugurata nel maggio 2009 e criticata sia dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati che dal Consiglio d’Europa, perché viola le convenzioni internazionali e in particolare il principio di non refoulement della Convenzione di Ginevra.

Tanto la questione sta a cuore al governo italiano – e presumibilmente ai probabili dirigenti della futura Libia post-Gheddafi – che il 17 giugno scorso il ministro degli esteri Franco Frattini e il primo ministro dell’organo esecutivo del Cnt Mahmoud Jibril hanno firmato a Napoli un’intesa sulla lotta all’immigrazione clandestina, che ribadiva esattamente i punti degli accordi precedenti. In quell’occasione – la cornice era una conferenza internazionale su «L’Europa e le primavere arabe» – il titolare della Farnesina ha sottolineato come bisogna dire no ai «partenariati di convenienza, per garantire i nostri interessi fragili, perché quei regimi avevano i piedi nella sabbia», e puntare piuttosto a «partenariati di convivenza, basati su diritti e principi, e soprattutto sull’eguaglianza tra partner».
Ma, al di là  delle belle parole, l’Italia sembra interessata a stabilire con i paesi della sponda sud e con le nuove leadership che questi stanno esprimendo ed esprimeranno lo stesso rapporto che aveva stretto in passato con i vari dittatori spazzati via dalle cosiddette primavere arabe. Ovvero: affari e lotta all’immigrazione via mare.
Su quest’ultimo punto, alcuni segnali fanno presagire che si potrà  addirittura registrare un peggioramento. Solo l’altroieri, una nave della marina militare italiana ha respinto verso la Tunisia un gruppo di 104 tunisini intercettati nelle acque Search and rescue (Sar) maltesi, accogliendo a Lampedusa solo sette persone, che «versavano in precarie condizioni di salute» (fra loro addirittura un paraplegico su sedia a rotelle). La guardiacostiera tunisina ha accettato questo respingimento, che si somma ai rimpatri avvenuti via aereo dopo aprile di centinaia di tunisini arrivati via mare, in seguito a un accordo negoziato dal ministro degli interni Roberto Maroni con le autorità  transitorie di Tunisi.
Il fronte libico da questo punto di vista è anche più agevole. Trattandosi non di cittadini libici, ma di migranti sub-sahariani, i respingimenti non sono suscettibili di provocare alcuna riprovazione nell’opinione pubblica del paese. Anzi, il sentire comune dei «giovani rivoluzionari» anti-Gheddafi ha sempre considerato eccessiva la presenza di immigrati africani nel paese (dovuta in gran parte all’apertura delle frontiere da parte di Gheddafi dal 1999 al 2005).
L’unica incognita sul futuro dei respingimenti in mare sembra venire da un’altra istituzione: la Corte per i diritti umani di Strasburgo. Di fronte a questo tribunale è in corso un processo intentato contro l’Italia da 24 profughi eritrei e somali respinti in mare da una nave militare italiana nel maggio del 2009. All’udienza del processo, che si è tenuta nel giugno scorso, il governo si è difeso dicendo che all’epoca del respingimento la Libia era un paese sicuro, dove i migranti potevano tranquillamente chiedere asilo. Salvo essere smentito subito dopo dall’intervento dell’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu.
La sentenza è prevista per fine anno. In caso di condanna, gli avvocati dell’accusa hanno chiesto un risarcimento di 24mila euro per ognuno dei respinti. Il che aprirebbe poi la possibilità  per un fiume di richieste analoghe e inficerebbe di fatto per il futuro la prassi dei respingimenti. Sempre che i paesi della riva Sud non blindino in modo ermetico le coste, rendendo così inutile l’intervento delle navi militari italiane.


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