Quei tre ponti tra valori ed economia

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Il difetto della discussione che si è sviluppata attorno all’abolizione delle festività  è di essere ideologica, come del resto capita spesso dalle nostre parti. Alle leggi dell’Economia vengono contrapposti i Valori della Nazione e il risultato è che ognuno rimane saldamente della sua opinione. Da un punto di vista puramente aritmetico l’azzeramento di tre giorni di festa (25 aprile, 1 maggio e 2 giugno) dovrebbe avere sicuramente degli effetti positivi sul Pil. Uno studio dell’Istat targato 2003 (e quindi prima della Grande Crisi) sosteneva che in passato l’aumento di un giorno lavorativo aveva dato un incremento del Pil dello 0,2. Secondo l’economista Fiorella Kostoris l’accorpamento alla domenica delle tre festività  oggi vale almeno mezzo punto di Pil. Si tratta di un calcolo che però ha il difetto di essere spannometrico.
La verità  è che stiamo parlando di sistemi economici che mutano di continuo e che rispondono alle crisi ristrutturandosi in corsa. Sistemi così snelli e nervosi non sopportano andamenti a singhiozzo e le festività  che cadono in mezzo alla settimana hanno ovviamente quest’effetto deleterio. Se volessimo proprio tentare di definire lessicalmente il cambiamento potremmo parlare dell’avvento di «economie di flusso» che recuperano produttività  ottimizzando tutti i fattori della produzione, a cominciare addirittura dal rapporto con la filiera dei fornitori quindi ben prima di coinvolgere i propri operai. Meno discontinuità  subiscono, più questi sistemi generano valore, si muovono infatti in una logica di h24. È questo il ragionamento che fa propendere a favore di un azzeramento delle festività  come fattore di crescita della produttività . Anche perché all’effetto-stop di un ponte si somma poi l’inerzia della ripartenza che in sistemi complessi non è mai istantanea. Come ben sa chiunque viva e lavori in una grande azienda.
È comprensibile però che una riflessione di cultura industriale possa cozzare contro valori largamente presenti nella comunità , perché hanno scandito la storia patria o hanno determinato l’allargamento della sfera di inclusione democratica. È legittimo quindi discuterne anche se eviterei di chiamare in causa i costituzionalisti: mi paiono oberati di lavoro e di richieste di opinioni. Sostituendo il pragmatismo all’ideologia una comunità  nazionale può tranquillamente decidere di sospendere per tre anni alcune festività -simbolo e rimandare una decisione definitiva ad un esame ex post degli effetti della novità . Non ha senso contrapporre l’Economia ai Valori, c’è bisogno dell’una e degli altri. Sistemi — mi viene in mente un caso di successo come quello cinese — che hanno fatto dell’accelerazione dello sviluppo una ragione di legittimazione post-ideologica si sono poi accorti che senza un robusto retroterra valoriale anche un arricchimento massivo produce squilibri. E se dalle parti di Pechino sono arrivati a rivalutare il confucianesimo, noi tutto sommato abbiamo un compito più semplice: continuare a tenere in caldo e trasmettere alle giovani generazioni i valori della Resistenza, del Lavoro e della Repubblica senza che diano vita per forza a dei «ponti». Perché le festività  infrasettimanali, oltre a minare la continuità  delle «economie di flusso», hanno anche il vizietto di coccolare gli assenteisti.
Si obietterà : ma perché il contributo alla produttività  di sistema deve venire solo sul versante delle feste laiche e non anche su quello delle ricorrenze religiose? L’obiezione è più che fondata in una comunità  come la nostra dove cattolici e laici coesistono e spesso si fertilizzano a vicenda. Alcune delle festività  religiose sono previste in virtù dell’articolo 6 del Concordato del 1984 tra la Repubblica italiana e la Santa Sede e di conseguenza non possono essere azzerate unilateralmente dal governo di Roma. Ma nulla vieta di preparare il terreno a una riflessione comune che corregga alcuni evidenti anacronismi. C’è qualcuno che onestamente può considerare il Ferragosto come una festa religiosa solo perché il Concordato la prevede come giorno dell’Assunzione della Beata Vergine Maria? È evidente che un azzeramento del Ferragosto non avrebbe molta incidenza sul Pil, ma ho proposto questa data per sottolineare come esistano dei casi limite. Uscendo poi dal dettato concordatario se si vuol mettere mano al 25 aprile e al 2 giugno non ci dovrebbe essere nulla in contrario a una revisione dello status festivo per il lunedì dopo Pasqua (tradizionalmente consacrato alle gite fuori porta più che alla meditazione religiosa) e per il 26 dicembre (Santo Stefano). In sostanza se decidiamo di essere pragmatici non possiamo farlo a senso unico, rischiando così di ferire solo una parte del Paese.
Infine una considerazione per così dire di economia turistica. Si sostiene da diverse parti che l’abolizione dei ponti avrebbe un effetto depressivo sulle dinamiche del turismo interno, ma anche in questo caso il ragionamento pare rivolto all’indietro. I casi di successo del turismo italiano sono prevalentemente riferibili alle città  d’arte che in virtù della non stagionalità  dei loro beni finiscono per avere un «utilizzo impianti» distribuito lungo tutto l’anno. Il resto dell’offerta turistica italiana ha la debolezza di avere una stagione di operatività  concentrata in periodi troppo ristretti e che si restringono vieppiù. Allora piuttosto che piangere sui ponti versati servirà  riconsiderare il turismo con una logica da «economia dei flussi» e quindi flessibilizzare al massimo il sistema delle ferie adottato in Italia al fine (virtuoso) di utilizzare alberghi e strutture di intrattenimento su un arco temporale molto più largo dell’attuale.


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