Ritorno a Ground zero

Loading

NEW YORK. Il cielo sopra Ground Zero è limpido come quell’11 settembre ma dal 50esimo piano della Freedom Tower nulla è più come prima. Il primo aereo è sbucato da lì: dall’autostrada nelle nuvole che insegue il percorso dell’Hudson, il fiume che diede vita a New York e poi l’ha tradita a morte accompagnando al bersaglio i dieci dirottatori dell’apocalisse. Alle 8.45 l’American Airlines Flight 11 si schiantò a 600 chilometri all’ora sulla Torre Nord, che adesso è quella “vasca” che si vede qua sotto: un buco nero di due chilometri quadrati e mezzo, profondo 10 metri. La Torre Sud, invece, fu la seconda a essere colpita, ma la prima a cadere. Il volo American Airlines 175 la centrò alle 9.04 e 61 minuti dopo era già  in macerie: anche il suo perimetro adesso raccoglie una “vasca”, uguale e speculare all’altra.
Sembra impossibile: ma questo cantiere infinito che romba “24/7”, come si dice qui, cioè 24 ore su 24 per 7 giorni alla settimana – 10 chilometri quadrati, 5mila operai – tra un mese diventerà  un giardino di meditazione. Spiega Matthew Donham, l’architetto dei paesaggi di Pwp, lo studio californiano responsabile del Memorial, che i riflessi delle cascate d’acqua nella vasca saranno la traduzione più visibile del concetto firmato Michael Arad & Peter Walker: “Assenza riflettente”.

Che volete: gli architetti parlano così. Poi incroci Francis Connely, 68 anni, che bazzica questo posto da quando ne aveva 26 e lavorava alle vecchie Torri Gemelle, quelle di Minoru Yamasaki. Beh, oggi Francis continua a fare sopra e sotto per la decina di ascensori che imbragano la Freedom Tower di David Childs. È l’operaio più anziano di Ground Zero, e altro che assenza riflettente: «Più presenza di così».
A Osama Bin Laden sono bastati meno di venti minuti per quell’uno-due che mise in ginocchio l’umanità . Dieci anni dopo la Ground Zero che verrà  è ancora un’intuizione. Vergogna? La vergogna, dicono i parenti delle vittime, sarebbe stata un’altra: quella di una ricostruzione forzata dove tutto sarebbe dovuto brillare più bello e più nuovo di pria. Non è un caso che il partito fosse simbolizzato dal palazzinaro più temuto del mondo: Donald Trump. Naturalmente anche la crisi ci ha messo del suo: bloccando la corsa al mattone che tutti temevano. Anzi. Dieci anni dopo, l’unica torre che svetta ancora a metà  è la Freedom. Meglio, la 1 World Trade Center, com’è stata ribattezzata nel rispetto del politicamente corretto – e del terroristicamente prudente: visto che “libertà ” è bella parola però sembrava davvero un nuovo invito al bersaglio. Sarà  alta 1.776 piedi, la cifra dell’Indipendenza americana. E un bel giorno potremo guardare New York dal suo 105esimo piano, il più alto d’America. Oggi siamo già  a quota 61, «anche se il piano più alto, completato con i vetri e tutto, è questo qui, il cinquantesimo», dice l’architetto Donald Marmen. Tutto è ovviamente provvisorio. Un primo montacarichi ti porta da terra – le quattro entrate più la buca per il metrò, che a regime inietteranno nell’intero sito 3 milioni di persone – fino al 39esimo piano. Mezzo giro e da una lobby improvvisata spuntano altri due ascensori. Sopra a ciascuno c’è scritto col pennello: “Express” e “Local”. Ma è solo un gioco degli operai. Justine Karp, la ragazza di Port Authority che fa da scorta, occhiali da sole alla Top Gun e baci e abbracci col capomastro di ogni piano, ha un modo mica da signorine per chiamare l’ascensore: ma è l’unico. Un bel calcione al portellone con gli anfibi da cantiere. L’operaio coglie il messaggio e blocca al piano il montacarichi, le pareti con gli adesivi che inneggiano a Johnny Cash (ma c’è anche un bollino “No alla moschea”) e la radio che spara rock.
Donald Marmen fa parte dello squadrone di Som, l’internazionale degli architetti (sono più di 70 e c’è pure un italiano: Stefano Ceccotto) che innalzano totem di case in mezzo mondo, e adesso si aggira come un ispettore affacciandosi a ogni vetrata del mostro di cemento e acciaio. E’ un’altra New York. L’architetto non lo sa, confessa, da dove arrivarono gli aerei, però ti mostra come intorno tutto è davvero cambiato: qui accanto non c’era la 7 Word Trade Center che è stata la prima a risorgere, lì in fondo non c’era il grattacielo curvilineo di Frank Gehry che è ancora vuoto perché gli affitti sono fermi. TJ Gottesnieder, il gran capo di Som, giura che anche questa Torre 1 sarà  finita, come da programma, entro due anni. Dovremmo esserci: anche se per la verità  lo scheletro d’acciaio doveva essere completato quest’autunno e invece si slitta a gennaio. D’altronde qui tutto è gigantesco e quindi anche i tempi sono ingigantiti.
Per questo la Ground Zero che verrà  è ancora tutta da immaginare. Là  dove sorgerà  la Torre 2 di David Foster, ancora niente. Ecco qui le fondamenta della Torre 3 di Richard Rogers. E finalmente si riesce a indovinare qualche piano del 4 World Trade Center di Fumihiko Maki. Stop. Ma che cosa vedranno allora le decine di migliaia di persone che tra un mese torneranno qui per la prima volta? Come si ripresenterà  al mondo il luogo profanato dall’orrore? Quando tutto sarà  finito apparirà  così. Le due piscine del Memorial al centro, dove sorgevano le torri. La Freedom Tower a svettare all’angolo sinistro del quadrilatero che comprende tutto il sito. Di fronte, la cupola della metropolitana disegnata da Santiago Calatrava. Poi a corallo e in senso orario le torri 2, 3 e 4. Tutt’intorno alle vasche, centinaia di querce bianche. E a galleggiare tra le vasche del Memorial e la cupola della metropolitana, ecco il museo. Tra poco più di un mese al pubblico verrà  aperto solo il Memorial. Sarà  possibile, cioè, affacciarsi dove sorgevano le Twin Towers – i “Twins Voids”, i vuoti gemelli, li chiama Matthew Donham – e leggere i nomi delle 2973 vittime incisi sul bordo: Richard Allen Pearlman, Karen J. Klitzman, Christine Sheila McNulty… Sarà  possibile passeggiare tra le querce che sono state scelte a una una nei boschi di Pennsylvania, Maryland, New Jersey e New York: «Piante che parlano del luogo in cui si trovano» dice sempre l’architetto dei paesaggi. E ci si potrà  fermare a meditare sui sedili di pietra. Che come tutti i marmi di qui arrivano invece dall’altra parte del mondo: la nostra. «Si chiama Verde Fontaine e viene da Pietrasanta, una ditta italiana che si chiama Savema: il migliore riflesso di grigi e di verde che potessimo trovare al mondo».
Ecco: riflesso. Riflesso è la parola d’ordine che gli architetti migliori del pianeta si sono scambiati per riempire di senso il buco nero del dolore. «Il riflesso di questi specchi sarà  differente» dice Donald Marmen spiegando che la Torre del 1 World Trade Center splenderà  come nessuna prima mai. Ma nel gioco di pieni diventati vuoti – e di riflessi che si inseguono sui vetri dei grattacieli – forse il vero spirito del luogo lo cogli in quella specie di antro che è destinato a diventare il museo. Sarà  pronto soltanto tra un anno ma lo scheletro a dirigibile già  emerge mentre Anne Lewinson, l’architetto di Snohetta, lo studio che ha realizzato il disegno che ingloba i “tridenti” d’acciaio delle vecchie Torri Gemelle, controlla che gli specchi appena installati riflettano – anche qui – la giusta prospettiva. Il “dirigibile” che si vede all’esterno è solo il padiglione d’accoglienza del museo che raccoglierà  i visitatori direttamente dal metrò: e li spedirà  negli inferi di Ground Zero. Perché l’orrore che sconvolse il mondo verrà  ricostruito quaggiù: nella caverna ricavata negli abissi delle Torri Gemelle. E dove adesso, a dieci metri di profondità , passeggi intorno all’involucro delle due vasche: i due Vuoti Gemelli che nessun architetto riuscirà  mai a colmare.
All’uscita sarà  un sollievo ritrovarsi tra querce bianche e cascate. «Il suono delle cascate – dice Matthew Donham -isolerà  dal rumore della metropoli». Qualche decina di piani più su, nella Torre più alta d’America, sciameranno i giornalisti del New Yorker, di Vogue e tutte le riviste patinate della Condé Nast, il primo big ad aver contrattato un posto lassù, per la modica cifra di 2 miliardi di dollari per 25 anni. Vacilla il trasloco della banca svizzera Ubs: troppo costoso. E pensare che questo qui sotto, dice sempre l’architetto – mostrando i marmi, le querce bianche e quel Survivor Tree, l’albero sopravvissuto agli attacchi, a cui dopo l’uccisione di Osama Bin Laden il presidente Barack Obama si è aggrappato per rendere omaggio ai parenti delle vittime – «in fondo è un cimitero». Non ci libereremo mai della sua maledizione?
Proprio gli architetti insegnano che una volta le città  sorgevano intorno ai cimiteri. Per questo Matthew non si scompone quando uscendo dal cantiere un ragazzino smarrito lo ferma. «Mi sa dire dove posso trovare…». Ma no, mica cerca il buco nero del mondo, il museo provvisorio in Liberty Street, la croce di acciaio miracolosamente trovata tra le macerie. Macché: «Mi sa dire dove posso trovare il Century 21?», chiede. E già . Sta cercando il megastore che porta il nome del secolo che si aprì con quell’11 settembre: quel gigantesco discount della moda proprio lì di fronte, su Church Street, dove ogni giorno alle casse c’è una fila che non finisce più. Perché, almeno in questo, all’ombra dei grattacieli che verranno, non è poi così vero che nulla a New York è più come prima.


Related Articles

Da Lisbona all’asse Parigi-Berlino

Loading

La crisi del sogno comunitario Il Trattato per l’Europa

Libia, uccisi quattro migranti

Loading

Zawia. Fuga dal centro di detenzione dove sono reclusi in 1.200. La polizia libica spara. Ci sono anche 20 feriti, tutti giovani sub-sahariani

Petrobras. La pandemia non ferma le privatizzazioni selvagge di Bolsonaro

Loading

Era Bolsonaro. Manovre anche intorno a Petrobras, emblema del nazionalismo verdeoro. Che resterà al centro del dibattito soprattutto ora che Lula è tornato sulla scena politica

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment