L’Europa si divide su Grecia e Tobin tax

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WROCLAW – Di fronte all’irrigidimento del fronte dei «falchi», che ha costretto l’Eurogruppo a rinviare la consegna della prossima rata del prestito alla Grecia, la Germania ora più che mai diventa il «deus ex machina» della crisi finanziaria. Lo ha riconosciuto ieri anche il ministro dell’economia Tremonti. «In questo momento molto dipende dalla Germania, dalle decisioni e dalle posizioni che saranno prese in questo Paese nei prossimi giorni», ha dichiarato al termine della riunione informale dei ministri Ecofin in Polonia. Il momento della verità  verrà  il prossimo 29 settembre, quando il Parlamento tedesco sarà  chiamato a ratificare il potenziamento del fondo salva-Stati deciso in luglio: un voto il cui esito non appare affatto scontato. Ma se il Bundestag dovesse bocciare l’architettura messa in piedi per salvare l’euro, la situazione diventerebbe disperata.
Per il resto ieri ancora una volta, nel corso di una riunione chiusa anticipatamente per evitare una manifestazione dei sindacati polacchi che ha mobilitato circa trentamila dimostranti, i ministri non sono riusciti a trovare un accordo sulla Tobin tax, la tassazione delle transazioni finanziarie. Francia e Germania la propongono con insistenza, ma l’idea si scontra con l’opposizione di molti governi, in primo luogo dei britannici. Il Commissario Barnier ha ammesso che la discussione è ancora ben lontana dal trovare un punto di compromesso. Ma ha annunciato che la Commissione presenterà  comunque una proposta ai governi e al Parlamento europeo: «I Paesi non sono d’accordo, ma non per questo la Commissione si fermerà . Non fermeremo il cammino di un’idea giusta solo perché è complicato realizzarla». Il problema della tassa, che potrebbe fornire ai Paesi europei buona parte dei capitali di cui hanno bisogno per rimettere in sesto i conti pubblici, è che l’idea è stata finora bocciata dagli Stati Uniti. Questo impedisce di applicarla su scala globale, mentre una messa in opera limitata all’Europa avrebbe l’effetto di provocare una fuga di capitali.
Questa è una delle non poche critiche che ieri sono state rivolte al segretario al Tesoro americano, Tim Geithner, venuto in Polonia per sollecitare i governi a porre fine alle discordie e a varare un piano credibile per mettere in sicurezza l’euro. Anche il presidente della Banca centrale, Trichet, è intervenuto ieri per criticare indirettamente gli Stati Uniti ricordando che «la situazione dei conti pubblici della Ue è più incoraggiante di quella di molte altre economie avanzate. In Europa ci aspettiamo un deficit al 4,5% del Pil mentre in altre economie emergenti è al 10% e negli Stati Uniti, ad esempio, è atteso all’8,8%».
Nel corso dell’incontro si è anche esaminato la situazione dei Paesi più a rischio, tra cui l’Italia. I commenti alla manovra sono stati in genere positivi, ma i ministri hanno insistito sulla necessità  di una attuazione rapida. «È chiaro che ci sono alcuni profondi problemi in Italia, ad esempio un elevato debito. E poi c’è un problema di attuazione, specialmente sulla riduzione delle spese, dove resta molto da fare», ha commentato il ministro delle Finanze svedese, Anders Borg. Tremonti ha difeso le misure adottate: «Abbiamo la piattaforma del pareggio di bilancio e su quella piattaforma bisogna disegnare una visione non limitata ad un anno ma per il prossimo decennio. Ed è necessario che sia una visione in tre dimensioni, quindi viva e moderna».


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