Lo shopping cinese in Italia in cambio di acquisti di bond e i Brics aiutano Eurolandia

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NEW YORK.I cinesi entreranno nell’Eni o nell’Enel? Possono puntare a una quota in Finmeccanica, o nel porto di Genova? In cambio di una presenza alle aste dei Btp, potrebbero entrare nell’Unicredit?
Subentrando così al posto di Gheddafi? Per capire quanto ci sia di fondato in questi scenari – o se le voci siano state pilotate dall’Italia – bisogna ricostruire la mappa degli investimenti cinesi nel mondo, le strategie finanziarie di Pechino, i loro intrecci con gli interessi geopolitici della seconda economia mondiale. Due sono gli aggiustamenti in corso nella gestione dei capitali cinesi: la diversificazione dal dollaro verso altre valute; lo spostamento dai titoli pubblici verso i pacchetti azionari in imprese industriali, possibilmente di rilevanza strategica per la Cina. Questi aggiustamenti sono graduali, e in nessun momento devono mettere a repentaglio la “stabilità  del sistema economico globale”. Chi si affretta a interpretare i contatti Roma-Pechino come “un voto di fiducia” del governo cinese nei confronti della solvibilità  italiana, prende un abbaglio. C’è cascato a suo tempo Jose Luis Zapatero quando annunciò troppo presto maxiacquisti di bond spagnoli da parte della Cina, che a posteriori si sono rivelati modesti. Gli strateghi cinesi furono chiamati nel ruolo di “cavaliere bianco” qui negli Stati Uniti, nel bel mezzo del disastro sistemico del 2008: l’operazione più importante fu l’investimento da 1,2 miliardi di dollari nella banca Morgan Stanley investita dalla tempesta; altri 650 milioni furono collocati dai cinesi nel fondo di private equity Blackstone; quote minori in Citigroup e Bank of America. Seguirono polemiche furibonde, in Cina, sulla saggezza di quelle operazioni. Nel momento peggiore, quando i grafici del Dow Jones erano precipitati ai minimi storici, i gestori cinesi furono accusati dalla propria “constituency” di avere bruciato risorse nazionali in un avventato quanto inutile soccorso alle banche americane. Oggi il bilancio di quell’operazione è meno negativo, tuttavia le cicatrici restano, e consigliano prudenza a chi prende queste decisioni a Pechino. I protagonisti di questa partita sono due colossi finanziari. In primo luogo c’è la “casa madre”, l’ente di Stato equiparato a un dicastero, che amministra le riserve valutarie della banca centrale. Queste riserve, risultato di anni di attivi commerciali che la Cina accumula con il resto del mondo, sono le più ricche del pianeta: 3.200 miliardi di dollari. La sigla in inglese di questo ente (State Administration of Foreign Exchange) si scrive Safe come “sicuro” (o anche “cassaforte”), ed è una sintesi efficace della sua filosofia di investimento. Alla velocità  con cui le riserve della banca centrale vengono rimpinguate dai nuovi attivi commerciali, solo nel primo semestre di quest’anno il Safe ha dovuto investire 275 miliardi di dollari. Questo significa che, se volesse, il Safe potrebbe sottoscrivere tutti i titoli pubblici italiani che verranno a scadenza da qui a fine anno. Ma sarebbe poco “safe”, per l’appunto: la banca centrale non a caso continua a reinvestire la maggioranza delle riserve in titoli di Stato americani.
Malgrado i nervosismi suscitati a Pechino dal downgrading che Standard & Poor’s ha inflitto al Tesoro Usa, le quotazioni di mercato dei Treasury Bond a lunga durata reggono benissimo, anzi nei momenti di panico svolgono un ruolo di bene-rifugio. In quanto alla diversificazione in atto, dal dollaro verso le altre valute, per restare “safe” la banca centrale di Pechino privilegia Bund tedeschi e titoli del debito giapponese, tutti investimenti solidi. I ripetuti annunci di massicci acquisti di bond dei paesi mediterranei da parte della Cina, si sono rivelati sempre esagerati. Nel luglio 2010 voci di un sostegno alla Spagna ebbero un impatto effimero sui mercati (Safe acquistò 500 milioni di bond decennali, un investimento modesto).
Nell’ottobre del 2010 il premier Wen Jiabao fece una visita ad Atene e anche in quel caso le aspettative di maxiacquisti di bond ebbero vita breve. Di reale ci fu l’ingresso del gigante della logistica cinese Costco nella gestione portuale di Atene. Qui subentra l’altra dimensione della strategia cinese, più aggressiva. Protagonista in questo caso è la China Investment Corporation (Cic), il fondo sovrano di Pechino. Le sue risorse provengono sempre dalla stessa fonte: le riserve valutarie della banca centrale. Però la Cic ha più libertà  d’azione e funzioni diverse: una punta di diamante per la penetrazione della Cina nell’economia globale. Il suo statuto le attribuisce un “orientamento commerciale e obiettivi puramente economico-finanziari”.
La Cic è una società  che deve rendere conto ai suoi azionisti (il governo di Pechino) e presentare dividendi a fine anno. Questo non esclude tuttavia che possa servire da longa manus per obiettivi strategici: come l’acquisizione di tecnologie avanzate, know how manageriale, teste di ponte su mercati promettenti, o in attività  dove la Cina deve ancora acquisire un vantaggio competitivo. La Cic nacque nel 2007 con una dotazione iniziale di 200 miliardi di dollari, oggi amministra già  un portafoglio di acquisizioni di oltre 410 miliardi. La sua diversificazione verso gli investimenti in imprese è evidente qui negli Stati Uniti dove la legge impone trasparenza: si sa così che i cinesi sono entrati come azionisti in Apple, Coca-Cola, Johnson & Johnson, Motorola, Visa. Geograficamente gli investimenti diretti restano focalizzati sugli Stati Uniti col 42%, seguiti dall’Asia col 30% mentre l’Europa arriva solo al terzo posto col 22%. Anche l’Europa comunque ha un esempio della diversificazione verso attività  industriali: profittando della crisi del 2008 i cinesi hanno acquisito dalla Ford il controllo di Volvo. In America non sempre le loro ambizioni sono assecondate. Per ben due volte Washington ha sbarrato la porta agli investimenti cinesi: quando tentarono di acquisire una compagnia petrolifera californiana (Unocal) e quando il colosso delle telecom Huawei cercò di comprare la 3Com, un’azienda che fornisce anche tecnologie militari al Pentagono. A Pechino certo non sfugge un’ironia: potrebbe essere “l’anti-cinese” Giulio Tremonti ad accreditare un interesse della Repubblica Popolare verso l’Italia per ridare fiducia ai mercati; potrebbe essere lui infine a spalancare le porte di grandi aziende italiane alla Cic?
Un segno dei tempi che cambiano, è il prossimo vertice dei Brics (Brasile Russia India Cina Sudafrica) dove si discuterà  di possibili sostegni all’eurozona: è nelle potenze emergenti che oggi si trovano i capitali. Il ministro delle finanze brasiliano, Guido Mantega, ha annunciato che la crisi dell’eurozona è “all’ordine del giorno” del loro summit a Washington la settimana prossima. E’ il mondo rovesciato. Un tempo Brasile e Russia erano sinonimo di “default”, oggi entrano con la Cina nell’elenco dei potenziali cavalieri bianchi. Sempre che vogliano giocare quel ruolo, e che le contropartite da noi offerte siano di loro gradimento.


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