Obama: tasse giuste, non lotta di classe

«Ma quale lotta di classe! Chiedere ai manager di un hedge fund di pagare la stessa aliquota fiscale di un operaio o di un insegnante sarebbe lotta di classe? È matematica: dopo le spese sfrenate degli ultimi dieci anni, ora dobbiamo risanare i conti pubblici. Cosa che va fatta tagliando le spese ma anche aumentando le entrate e chiedendo anche ai più ricchi di fare la loro parte. Chi vuole far pagare tutto il riequilibrio dei conti pubblici ai meno abbienti e al ceto medio, sappia che io non ci starò mai: metterò il veto».
È un Barack Obama diverso, risoluto fino al punto di apparire brusco — un leader pronto al muro contro muro dopo aver tentato senza successo la strada dei compromessi «bipartisan» — quello che ieri ha presentato nel Rose Garden della Casa Bianca la sua proposta al Congresso per ridurre il debito pubblico di 4 mila miliardi in dieci anni. In pillole il piano del presidente (che va ben oltre i 1.500 miliardi di risparmi richiesti alla Supercommissione nominata dal Parlamento) è di aggiungere ai circa mille miliardi già  eliminati con l’accordo parziale raggiunto da Camera e Senato all’inizio di agosto (quello che ha consentito di innalzare il tetto del debito federale) altri tremila miliardi. Ai quali vanno poi aggiunti i 500 della copertura finanziaria dei costi del nuovo piano per l’occupazione.
I due terzi della manovra complessiva verranno dai tagli di spesa (meno 1.100 miliardi nella Difesa, soprattutto per il ritiro da Iraq e Afghanistan, 320 miliardi eliminati nella Sanità , oltre a molte altre riduzioni di spesa nelle aree più disparate, dai sussidi agricoli alle banche chiamate a rimborsare parte degli aiuti avuti dal governo). Ma una parte consistente dell’intervento — circa 1.500 miliardi di dollari — dovrà  venire dal prelievo fiscale. Qui sono previste tre azioni: la riduzione delle detrazioni ed esenzioni fiscali annunciata dalla Casa Bianca la settimana scorsa, che dovrebbe rendere 410 miliardi in dieci anni. In secondo luogo il mancato rinnovo — quando scadranno, alla fine del prossimo anno — degli sgravi fiscali concessi da Bush a ricchi e benestanti nel 2001 e nel 2003 (il ritorno alle vecchie aliquote per chi guadagna più di 250 mila dollari l’anno frutterà  866 miliardi). Infine la nuova «tassa sui milionari» di cui il Corriere ha parlato ieri: la cosiddetta «norma Buffett» che dovrebbe portare altri 300 miliardi nelle casse del Tesoro. Circa la crisi mondiale, poi, ieri sera la Casa Bianca ha fatto sapere di una telefonata tra Obama e la cancelliera tedesca, Angela Merkel, spiegando come «i due leader sono concordi sulla necessità  di un’azione concertata nei mesi a venire per affrontare le attuali sfide economiche e assicurare la ripresa globale».
Una raffica di interventi molto pesanti che dovrebbero consentire di arrestare la crescita del debito federale al 73 per cento del reddito nazionale americano (senza queste misure salirebbe al 91%, una soglia considerata pericolosissima per la stabilità  finanziaria dell’America). Tutti questi numeri, compreso l’impegno del governo Usa ad azzerare il deficit primario (quello al netto degli interessi) entro il 2017 stabilizzando poi il rapporto tra debito e reddito nazionale quattro anni dopo, sono stati lasciati da Obama ai «briefing» con la stampa del ministro del Tesoro Tim Geithner e del direttore del Bilancio della Casa Bianca, Jack Lew.
Il presidente ha, invece, preferito concentrarsi sul messaggio politico, prendendo di punta i repubblicani e soprattutto il loro leader alla Camera, John Boehner, da lui accusato di non essere stato capace di chiudere il «grande compromesso» da 4 mila miliardi che era stato negoziato a fine luglio da Congresso e Casa Bianca. Obama ha anche usato con lo «speaker» un linguaggio insolitamente pesante quando ha menzionato un recente discorso nel quale Boehner ha chiuso la porta a ogni ipotesi d’incremento delle entrate: il leader democratico l’ha definito «sbagliato e anche poco intelligente».
Le repliche dei repubblicani non si sono fatte attendere: i candidati alla Casa Bianca Mitt Romney e Rick Perry lo hanno accusato di aver messo insieme un pacchetto che frenerà  ulteriormente l’economia («più tasse uguale meno posti di lavoro») e che sostituisce lo statalismo al volontariato filantropico (che non verrà  più agevolato fiscalmente). Indispettita anche la replica di Boehner che torna ad accusarlo di portare avanti argomenti che sanno di lotta di classe, ma non chiude la porta al negoziato.
Certo, col muro contro muro, Obama si condanna a una corsa in salita, ma il suo piano segnala una stagione nuova nella sua strategia. Fin qui aveva mantenuto un approccio collaborativo e una propensione al compromesso non solo perché pensava che questo avrebbe pagato in termini di atti di governo, ma anche perché vedeva dai sondaggi che l’opinione pubblica lo considerava più ragionevole e duttile dei repubblicani. Le ultime indagini e il risultato delle elezioni suppletive (perse dai democratici) lo hanno però convinto che, se non porta a casa risultati, gli elettori finiscono per giudicarlo un leader garbato, sì, ma inefficace.
Meglio allora fare violenza alla propria natura e battere i pugni sul tavolo, incalzando i repubblicani ricorrendo anche a un po’ di populismo. Anche perché, dicono i suoi consiglieri, i repubblicani faranno concessioni solo spaventati da un suo recupero nei sondaggi.


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