Il supermarket lo gestisco io

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La storia. A Pozzallo e Scicli, in provincia di Ragusa, alcuni lavoratori hanno ripreso in mano i punti vendita alimentari che la Coop aveva dismesso, licenziando tutti. Hanno riportato i contratti ai livelli retributivi pre-crisi, restaurato i locali e riposizionato lo sguardo sul territorio e i suoi prodotti. Un’economia del sud che vince con i «workers’ buyout»

Il supermercato dovrebbe essere chiuso da due ore ma dentro è ancora pieno di gente. Saranno i forzati del Capodanno 2016 – mancano solo tre giorni – chini sui carrelli pieni di torroni e spumante? Macché: lo spumante è già servito, nei bicchieri di plastica di signore che brindano e ridono. Scherzano anche i lavoratori, nonostante l’orario: strano. Sembra una sagra, invece è l’inaugurazione di un nuovo supermercato a Scicli, in provincia di Ragusa, la punta più a sud dell’Italia. Il giorno dopo si replica a Pozzallo, quindici chilometri più in là: apre un supermercato e fa festa il paese. Sono forestiero, capisco che deve trattarsi di due supermercati particolari.

In fila alla cassa, chiedo. «Ha riaperto la Coop», mi dicono. Sull’insegna c’è un altro logo. «Sì, questi erano i lavoratori della Coop, che due mesi fa ha chiuso il punto vendita e li ha licenziati. Loro hanno riaperto il supermercato e gli hanno cambiato nome». Leggo sullo scontrino: «Cooperativa Giorgio La Pira».

Che c’entra il sindaco di Firenze?

Torno a Pozzallo il giorno dopo, per farmi spiegare. Fabio Portelli, il presidente della «Giorgio La Pira», mi invita al bar. La storia è lunga. «Noi eravamo la cooperativa Primo Maggio, la prima della zona, fondata nel 1977. Di punti vendita ne avevamo quindici». E poi? «La crisi, non gravissima, ci ha portato definitivamente nelle braccia della Coop, il più grande gruppo di distribuzione italiano, a cui eravamo già legati. Nel 2012 firmammo un accordo con la loro filiale siciliana. Ci apprezzavano, volevano investire nei nostri supermercati e superare la crisi. Decidemmo di fidarci. Rilevarono i supermercati della Cooperativa Primo Maggio, chiedendo sacrifici che sarebbero stati temporanei. Molti di noi passarono al part-time, che vuol dire 7–800 euro di stipendio. Il lavoro è salvo, ci dicemmo, e la società ha le spalle forti».

La gestione Coop, invece, è un fallimento. Le perdite aumentano. A fine 2014, Coop Sicilia decide di chiudere i supermercati di Scicli e Pozzallo e gli altri della zona. Si dedicheranno solo agli ipermercati nei grandi centri commerciali. «Per noi — dice Portelli — l’unica alternativa al licenziamento era trasferirci a Palermo, a 300 chilometri da qui. Per 700 euro al mese, è impensabile». Inizia la battaglia contro la Coop. A sinistra è una lite in famiglia. La senatrice Padua del Pd, una pediatra rispettata da queste parti, sta coi lavoratori. Il presidente della Coop Sicilia è Gianluca Faraone, fratello del renzianissimo sottosegretario all’Istruzione. La Cgil si schiera con i lavoratori.

A ottobre 2015, i lavoratori occupano il consiglio comunale. Con la mediazione del prefetto, riescono a tenere aperti i supermercati fino a novembre 2015. Il sette del mese la saracinesca chiude definitivamente. Portelli e i suoi, però, non si rassegnano alla disoccupazione e ai lavoretti in nero. Se la Coop vuole andarsene da Scicli e Pozzallo, peggio per lei.

I concittadini li sostengono. Viene fondata la Società Cooperativa e le danno il nome del più illustre cittadino di Pozzallo, che fece carriera a Firenze come «sindaco santo», o «comunista bianco». Riportano i contratti ai livelli retributivi pre-crisi. I punti-vendita li prendono loro. La Coop glieli lascia volentieri. «Così non dovevano nemmeno pagare lo smantellamento dei locali», spiega Portelli. «Da cassieri e banchisti ci siamo trasformati in carpentieri, imbianchini, elettricisti. In un mese, abbiamo riaperto i supermercati e adesso li gestiamo noi, a modo nostro».

È avvenuto in molte fabbriche in Argentina, dopo la crisi del 2001. Il fenomeno delle «imprese recuperate» ora si diffonde anche in Europa. Nel suo libro-inchiesta Lavorare senza padroni.

Storie di operai che fanno rinascere imprese (Baldini&Castoldi), Angelo Mastrandrea racconta tante vicende simili da Italia, Francia, Grecia. Aziende che producono acciaio o thé, officine ferroviarie, società farmaceutiche, persino emittenti televisive salvate dai lavoratori. Tecnicamente, si chiamano workers’ buyout. In Argentina hanno risparmiato quarantamila posti di lavoro in 270 aziende, dal 2001. In Italia i numeri sono più piccoli, ma la crisi è arrivata dopo. Le aziende rilevate dai dipendenti qui sono una settantina. La maggior parte sono al nord, dove domina la manifattura e gli operai monopolizzano competenze preziose. Succede anche al sud. A Messina, 16 ex-dipendenti dello storico birrificio cittadino hanno preso in mano lo stabilimento acquisito dalla Heineken e poi dismesso.

Ma nel commercio avviene di rado. Tra i workers’ buyout italiani c’è un solo caso analogo a quello di Scicli e Pozzallo, e guarda caso è un supermercato di Palermo, il Centro Olimpo. Nel sud la crisi si chiama soprattutto «mafia». Gran parte delle imprese recuperate dai lavoratori meridionali erano state confiscate ai boss.

Per questo, la storia di Scicli e Pozzallo è singolare. La provincia di Ragusa ha il reddito pro-capite più alto a sud di Roma. La crisi non è arrivata con la mafia, ma con gli investimenti di un florido marchio del nord. I lavoratori senza padroni qui non sono operai di mestiere, ma commessi, magazzinieri, cassieri. Secondo le teorie del marketing, nella grande distribuzione la professionalità individuale conta poco. Il profitto viene da economie di scala, ottimizzazione delle scorte e della logistica, profilazione digitale della clientela. Eppure, proprio quel modello manageriale ha fallito.

Al banco della carne, ad esempio, con la riapertura è tornato il macellaio. «Quando c’era la Coop, la carne si vendeva già tagliata e imballata. I loro consulenti dicevano che così aumenta la produttività. Va bene per il nord, forse, dove hanno tutti fretta. Qui fino a ieri eravamo contadini. Ci piace che un macellaio racconti quello che compriamo. E al banco è tornata la fila», dice Portelli. Anche il responsabile del controllo di gestione della «La Pira», Giovanni Inghilterra, ci crede sul serio. Lui viene dalla cooperativa Primo Maggio ma era al sicuro nell’amministrazione della Coop Sicilia. Gli algoritmi degli esperti lo convincevano poco; una realtà più piccola, che conosce meglio il territorio, già di più. Così ha disertato, e ora è dall’altra parte della barricata.

Il paradosso è tutto qui. Il sud immobile, refrattario alla modernizzazione che cala dall’alto è solo un’immagine vista al cannocchiale: è rovesciata. Da vicino e a occhio nudo, sembra più rigida la grande impresa con le sue strategie. La flessibilità, il sacrificio, il radicamento appartengono ai lavoratori più che al management. D’altronde, la realtà appare spesso capovolta, da queste parti.

I migranti sbarcano a Pozzallo, ma il loro viaggio è appena iniziato. Medici Senza Frontiere, per dare l’allarme e aiutarli, deve abbandonarli (speriamo per poco) al malandato centro di accoglienza governativo. Nel punto più basso dell’Europa, c’è chi tiene la testa alta.



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Terre promesse. Il lavoro gratuito è uno dei pilastri che consente l’accumulo di profitti e rendite nell’università, nei media, nell’editoria. Tutto in cambio del miraggio di un futuro migliore. Il primo di una serie di articoli su questa sempre più diffusa forma di lavoro

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