Stati Uniti, Italia e Grecia sulla graticola tre protagonisti nella nuova crisi di sfiducia

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L’economia americana è in “stand-by”, uno stallo calamitoso che per gran parte della popolazione equivale già  alla recessione. Grecia e Italia fanno a gara a chi rinnega gli impegni e si divincola dal commissariamento estero. Si riparte da dov’eravamo a Ferragosto: crisi di sfiducia, un avvitamento dei mercati al ribasso, che a sua volta frena la crescita. In America il dato sull’occupazione è angosciante, per la prima volta da 11 mesi il mercato del lavoro è piatto: nessuna creazione netta aggiuntiva di posti. Da notare che il settore pubblico distrugge anziché creare lavoro: stremati dai tagli di bilancio, Stati Usa e città  licenziano 20.000 persone. Questo dà  il segno delle politiche economiche: sotto l’imperativo categorico dei tagli le strategie di bilancio sono diventate un’aggravante della crisi, anziché un ammortizzatore. Altra caratteristica è un mercato del lavoro americano che si “europeizza”. Non è un complimento: con 6 milioni di disoccupati di lunga durata, gli Stati Uniti conoscono un male che era stato per decenni tipicamente europeo, mentre la flessibilità  made in Usa era associata a “entrate e uscite” veloci dalla condizione di disoccupato. In un paese dove il totale effettivo dei disoccupati raggiunge i 25 milioni (inclusi coloro che si rassegnano a lavorare part time ma hanno disperato bisogno di uno stipendio pieno), risulta ancora più duro nelle sue conseguenze sociali l’attacco dei repubblicani al Welfare.
L’unica cosa che ieri ha trattenuto Wall Street dal precipitare ancora più in basso, ripetendo i tonfi drammatici di 400 o 500 punti del periodo ferragostano, è la malsana attesa di una nuova “droga monetaria”. Una corrente di pensiero a Wall Street scommette che lo stato comatoso dell’economia costringerà  la Federal Reserve a ripristinare la cura d’emergenza già  somministrata nel 2009 e nel 2010: enormi acquisti di titoli di Stato, che pompano generosamente liquidità  nel sistema. Come si è visto nel biennio precedente, i benefici della droga monetaria sull’economia reale sono stati modesti. La pompa della liquidità  piace ai banchieri perché gonfia bolle speculative che sono foriere di business e commissioni (non importa se si tratti di futures sull’oro, dell’indice brasiliano Bovespa, o dei credit default swap contro i Btp italiani). A fare il tifo per questa cura al metadone sono gli stessi banchieri che ieri gridavano al delitto di lesa maestà , perché l’Amministrazione Obama osa chiedergli conti sulle maxitruffe dei mutui subprime.
Il secondo polo dell’economia occidentale è altrettanto malato del primo: ieri sono tornati alla ribalta i problemi insolubili dell’eurozona. Erano passate appena 24 ore dalla rivelazione del Wall Street Journal, sui consigli che Goldman Sachs elargisce ai suoi clienti Vip per aiutarli a trarre il massimo profitto dalle crisi italiana, spagnola, greca. Ma se il tiro al bersaglio degli hedge fund contro i paesi mediterranei s’incattivisce, è perché c’è chi recita la parte della preda ideale. I notiziari specializzati delle cable tv finanziarie negli Stati Uniti (Msnbc, Fox Business, Bloomberg) hanno ormai un bollettino quotidiano di notizie da Roma e Atene, le capitali nell’occhio del ciclone.
C’è un perverso parallelismo tra le crisi dei sistemi politici, negli Stati Uniti e nell’eurozona. A Washington, Obama sa che rischia un 1937: un bis della pesante ricaduta in recessione che fu provocata dalla prematura interruzione delle politiche di spesa pubblica del New Deal rooseveltiano. Obama sta preparando un piano per il sostegno dell’occupazione, ma nelle ultime 48 ore il microcosmo politico di Washington si è appassionato solo di una querelle sulle date. L’annuncio del piano Obama doveva avvenire il 7 settembre, i repubblicani si sono impuntati per rinviarlo, perché quella sera c’è un dibattito in tv tra i loro candidati presidenziali. Ormai la destra definisce Obama “il presidente zero” (zero crescita, zero occupazione) ma è attivamente impegnata a boicottare le sue iniziative, per far sì che “a zero” ci resti fino al novembre 2012. La crisi politica europea è ancora più strutturale. E’ ormai evidente che i paesi dotati delle risorse necessarie a rilanciare la crescita (Germania e satelliti) non lo faranno se questo implica una redistribuzione in favore dei cugini mediterranei indebitati e spendaccioni. La soluzione del commissariamento esterno ha dei limiti – vedi la facilità  con cui Berlusconi riscrive ogni due giorni la manovra, dopo avere promesso solennemente a Berlino e Bruxelles la terzultima versione – perché il governo tedesco e la Bce non controllano nei dettagli l’esecuzione delle politiche economiche italiana o greca.


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