Dalle opposizioni coro di no Camusso: è un attacco al lavoro
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ROMA — Articolo 18, ci risiamo. Nella lettera all’Unione Europea il governo annuncia che «entro maggio 2012 l’esecutivo approverà una riforma della legislazione del lavoro» che comporterà «una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato». E subito tutti i sindacati si schierano contro. Il segretario della Cgil, Susanna Camusso, parla di «ennesimo attacco sui licenziamenti» e propone «un’iniziativa di mobilitazione unitaria». Quello della Cisl, Raffaele Bonanni, dice che «si tratta di un’istigazione alla ribellione». E oggi vedrà il leader della Uil, Luigi Angeletti, che ha convocato per questa mattina la segreteria per valutare eventuali iniziative di mobilitazione. Il segretario della Ugl, Giovanni Centrella, vorrebbe anche lui iniziative unitarie dei sindacati, «perché la misura è colma».
In realtà , difficilmente i sindacati arriveranno a decisioni comuni, perché Cgil da una parte e Cisl e Uil dall’altra hanno preso da tempo strade diverse. Ma certo la lettera del governo rende difficilmente recuperabile il rapporto con i sindacati più moderati, Cisl e Uil appunto, che del resto si era già deteriorato negli ultimi mesi, con Angeletti che invoca esplicitamente le elezioni anticipate e Bonanni che ha rotto con il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, un tempo grande amico, e lavora per una nuova aggregazione dei cattolici.
Anche dalle opposizioni arriva un coro di no alla lettera del governo. E non solo per il punto che riguarda i licenziamenti. La bocciatura investe l’insieme del testo. Secondo il segretario del Pd, Pier Lugi Bersani, la missiva «non è niente di serio: evidentemente l’obiettivo del governo è di prendersi in sede europea qualche giorno di ossigeno». Per il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, la lettera è «un libro dei sogni, assai deludente» e le elezioni «sono vicine» mentre quello dell’Idv, Antonio Di Pietro, dice che «a pagare sono i più deboli». Nella maggioranza, invece, Umberto Bossi, che, a nome della Lega, è riuscito a impedire la stretta sulle pensioni d’anzianità annunciata dallo stesso Berlusconi, sostiene che «l’ha avuta vinta il buon senso» e nega che ci sia un patto col premier per andare alle elezioni anticipate nel 2012, anche se conclude: «Il coltello dalla parte del manico ce l’ho io. Il giorno in cui non dò più i voti a Berlusconi si va alle elezioni».
Al di là dell’inevitabile scontro politico sulla lettera a Bruxelles, si apre ora una fase dove governo e forze sociali si confronteranno sulle riforme annunciate, tutte da realizzare entro otto mesi. E tra queste, quella che riguarda i licenziamenti, che il governo si impegna a varare entro maggio, rischia di riaprire un antico conflitto. È infatti dal 2001 che Berlusconi tenta di modificare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Allora fu costretto a rinunciare dopo un duro scontro con la Cgil e le opposizioni. Adesso ci riprova. L’idea è quella di intervenire sui licenziamenti per motivi economici che, in teoria, rientrerebbero nella fattispecie del «giustificato motivo oggettivo» e quindi sarebbero consentiti, ma nei fatti sono difficili da attuare per i troppi vincoli posti dalle norme, a partire dall’onere per il datore di lavoro di dimostrare l’esistenza del motivo economico, convincendo il giudice che questo sia giustificato (altrimenti scatta il reintegro nel posto di lavoro, come prevede l’articolo 18). Se si stabilisse invece, in questi casi, una maggiore facilità di licenziamento in cambio di un adeguato indennizzo economico al lavoratore, le aziende assumerebbero di più, ritiene il governo. Resterebbe garantito il diritto al reintegro in tutti i casi di licenziamento discriminatorio.
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