La posta in gioco è il cibo

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Era infatti riunito il «Comitato per la sicurezza alimentare», l’organismo internazionale di governo dell’agricoltura promosso dalle Nazioni unite per affrontare emergenze come le fiammate dei prezzi del cibo (il Committee on World Food Security è un organismo politico che risponde alle assemblee generali della Fao e dell’Onu, include rappresentanti dei governi ma anche della società  civile organizzata, e «alloggia» presso l’organizzazione dell’Onu per l’agricoltura). E sembra proprio che la presenza massiccia del mondo rurale organizzato – movimenti dei produttori rurali, lavoratori agricoli, sindacati contadini, donne, indigeni, organizzazioni non governative – abbia avuto il suo peso. Infatti i tre quarti del testo di queste Linee guida sono state definitivamente adottate, fa notare con soddisfazione un comunicato del Comitato per la sovranità  alimentare (Cisa, che coordina in Italia oltre 270 associazioni movimenti e reti e ha fatto da riferimento agli ospiti stranieri).
Sono passati alcuni principi importanti per cui si battevano le organizzazioni rurali, ci spiega Antonio Onorati, presidente della Ong Crocevia e membro del segretariato collegiale del Comitato per la Sovranità  Alimentare: «È stato accettato il nesso tra l’accesso alla terra e i diritti umani fondamentali. In particolare, il riconoscimento e la protezione dei diversi sistemi di proprietà  della terra, delle foreste e riserve di pesca, quindi anche dei sistemi di proprietà  collettiva e ancestrale. Questo significa la protezione per chi difende i diritti dei contadini, dei pescatori, dei popoli indigeni, degli allevatori e dei pastori nomadi, insieme all’impegno di non criminalizzare le lotte sociali in difesa delle risorse naturali del territorio». È stato riconosciuto anche il legame tra la protezione dei piccoli produttori, la sicurezza alimentare, e la stabilità  e coesione sociale.
Il negoziato resta bloccato invece su un’altra questione fondamentale, il capitolo degli investimenti in agricoltura: dove il punto è favorire i grandi accaparramenti di terre o proteggere l’accesso alla terra dei piccoli e medi produttori di cibo. Nei giorni scorsi rappresentanti dei movimenti rurali venuti alla Fao hanno consegnato al presidente del Comitato per la sicurezza alimentare, Noel D. De Luna, l’Appello di Dakar contro il land grabbing, documento approvato nella capitale senegalese da reti internazionali di movimenti e organizzazioni contadine: chiedono una moratoria degli investimenti e acquisizioni di terra di larga scala. Ma su questo il negoziato è rinviato al prossimo round (forse all’inizio del nuovo anno).
La pressione degli «investitori» è forte (grandi gruppi agroindustriali, società  d’investimento, a volte anche stati), ma almeno un punto è rimasto chiaro: il Comitato per la sicurezza alimentare non tratterà  di investimenti in agricoltura prima di aver completato le Linee guida sulla gestione della terra. Solo allora comincerà  il nuovo negoziato – di cui è stato già  delineato il senso: indicare linee guida a cui si dovranno attenere gli stati quando danno in concessione grandi estensioni di terre a investitori privati perché resti garantito il diritto alla terra delle popolazioni locali, piccoli produttori. Perché «l’uso delle risorse naturali per la produzione e il commercio di cibo è una questione di diritto, un bene comune che non può essere mercificato», insisteva giorni fa una dei negoziatori per le organizzazioni internazionali, Sofia Monsalve Suà¡rez, della rete Fian International.


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