“Sbagliato rinnegare la storia l’azienda deve aiutare il Paese”

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ROMA – La Fiat di oggi, quello che l’azienda è e le decisioni che prende, angosciano «profondamente» Cesare Romiti, l’uomo che per tanti anni – assieme a Gianni Agnelli – è stato l’emblema stesso della casa torinese. Da quando nel 1998, al compimento del suo 75esimo anno, ha lasciato la presidenza del Gruppo per assumere quella di Rcs, Romiti non parla volentieri dell’azienda che ha guidato durante i difficilissimi anni Settanta e che portato poi ad uno dei momenti di massima espansione nel decennio successivo. Ma davanti alle decisione presa dall’amministratore delegato Sergio Marchionne di uscire da Confindustria e alle tensioni sindacali che si stanno consumando da mesi negli stabilimenti della casa automobilistica, quello che ne è stato un potentissimo a. d, non nasconde la sua preoccupazione.
«Sono profondamente angosciato – ammette – perché vedo che le scelte della Fiat rimettono in discussione una storia vecchia di centodieci anni» e «mi dispiace moltissimo perché vedo che si sta svalorizzando un patrimonio enorme del Paese». Viste le condizioni attuali, precisa «Si potrebbero fare tante cose nell’interesse dell’Italia e invece si fanno scelte che peggiorano la situazione».
Un monito deciso, che Romiti volge non solo alla classe politica (nei giorni scorsi, in un’intervista al Corriere della Sera, aveva fatto notare che il compito principale del prossimo premier dovrà  essere quello di restituire credibilità  internazionale all’Italia), ma anche ai vertici dell’azienda torinese. «Anche da parte della Fiat – avverte – si richiederebbe un’assunzione di responsabilità  molto forte, vista la grave crisi che il Paese sta attraversando. E invece si va nella direzione esattamente opposta».
La situazione è molto complessa, ammette, ma non è che negli anni della sua gestione il clima fosse molto migliore rispetto a quello attuale. Già  lo scorso anno, commentando una delle fasi più calde della dura polemica che contrapponeva la Fiom alla casa di Torino, Romiti fece chiaramente intendere di non condividere l’impostazione data da Marchionne alla vertenza. «Negli anni Ottanta – disse allora – la situazione era più difficile rispetto ad ora, perché scorreva il sangue che oggi per fortuna non scorre. Eppur non ci siamo mai sognati di dividere il sindacato, o anche solo di provarci. Il sindacato lo puoi battere, non dividere». Dividere il sindacato precisò in quella occasione «è un errore grave, perché il sindacato escluso ti tormenterà  nelle fabbriche, a maggior ragione se è il sindacato più grande».
Oggi che oltre alla rottura con i metalmeccanici della Cgil, la Fiat sta inanellandone un’altra, quella con l’associazione degli industriali accusata di «fare politica», la prova di forza di Torino non piace a chi – con la marcia dei quarantamila – dimostrò di non averne paura.


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