Un negoziato per la terra

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Presso l’Organizzazione dell’Onu per l’agricoltura e alimentazione è in corso questa settimana un vertice del Comitato internazionale per la sicurezza alimentare: è in gioco una direttiva («linee guida volontarie») sulla gestione e la proprietà  della terra.
Direttiva importante, perché si tratta di fermare le speculazioni internazionali – il fenomeno ormai conosciuto come land grabbing, accaparramento di terre – e rafforzare l’accesso a terra, acqua e foreste delle comunità  rurali, i produttori piccoli e medi, i popoli indigeni. «In un contesto internazionale di crisi economica e di fragilità  degli ecosistemi la questione della terra è centrale, ed è una questione di diritti», diceva ieri mattina Luca Colombo, del Comitato italiano per la sovranità  alimentare (Cisa), tra le aiuole di fronte alla Fao.
Già , il contesto. Nel suo annuale rapporto sullo fame nel mondo, diffuso lunedì, la Fao afferma che l’instabilità  dei prezzi (con rincari improvvisi) è destinata a continuare e aumentare, perché continuano a crescere la domanda dei consumatori nelle economie emergenti; la popolazione mondiale (oggi siamo 6,9 miliardi, è probabile che saremo 9 miliardi nel 2050); e anche la produzione di agrocarburanti, quindi la domanda di piante coltivate per farne benzina invece che cibo. Di questa instabilità  dei prezzi pagano le conseguenze più pesanti i paesi importatori di cibo, e ovviamente i più poveri tra loro. La Fao insiste che «investire nell’agricoltura rimane il fattore critico per garantire la sicurezza alimentare a lungo termine», investire in sistemi di irrigazione, migliorare la gestione e le pratiche agricole, sementi…
Ma non sono investimenti anche quelli delle società  d’affari e grandi gruppi agroalimentari che ottengono concessioni (di solito a prezzo stracciato) su enormi tenute in paesi poveri o vulnerabili come l’Etiopia, il Congo, le Filippine? E infatti sostengono di portare posti di lavoro, aiutare a sviluppare un’agricoltura moderna che sta sul mercato… «Tromperies, balle», ribatte Mamadou Ba: «Quelli sono investimenti che nascondono altro: diano infrastrutture e accessi al mercato ai produttori locali, quello sì è un investimenti che porta lavoro e sviluppo alle nostre economie agricole». L’accaparramento di terre ormai dilaga, «noi chiediamo un tetto alle proprietà  e un minimo di diritto alla terra garantito per tutti», aggiunge Laljit Desai, indiano, presidente dell’«Alleanza dei pastori nomadi». Anche la Fao del resto suona un allarme sul land grabbing: «È importante che tutti gli investimenti considerino e rispettino i diritti degli utilizzatori esistenti della terra e delle risorse naturali correlate, che vadano a beneficio delle comunità  locali, promuovano la sicurezza alimentare e la sostenibilità  ambientale», afferma l’organizzazione dell’Onu.
Di tutto questo tratta il negoziato in corso presso la Fao. «È un negoziato difficile, alcuni governi sono partiti all’attacco – la linea è sempre quella della libertà  di investimenti», nota Antonio Onorati, presidente di Crocevia e rappresentante di Via Campesina. «Ma una cosa è importante: era cominciata come una questione di proprietà  privata, è diventata una questione di diritti collettivi all’accesso alle risorse naturali – terra, acqua, pascoli foreste».


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