Egitto, 33 morti in piazza Tahrir il governo rassegna le dimissioni

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IL CAIRO – Scende una scura notte su Piazza Tahir che è tornata ad affollarsi dopo il calar della sera, gli alti lampioni che irradiano una surreale luce gialla illuminano il volto di migliaia e migliaia di egiziani che non vogliono farsi scippare la “loro rivoluzione” da un pugno di uomini in divisa. I militari, tanto acclamati, nei primi giorni dopo la caduta di Mubarak lo scorso gennaio, si stanno rivelando quasi peggio del raìs e dei suoi che adesso sono sotto processo. A meno di una settimana dalle elezioni parlamentari del 28 novembre il Paese è di nuovo nel caos. Il governo di Essam Sharaf ieri pomeriggio al termine di una drammatica riunione ha presentato le dimissioni dopo gli scontri a piazza Tahrir, dove in tre giorni secondo le fonti ufficiali sono morte 33 persone e migliaia sono state ferite. Ieri notte la Giunta militare ha convocato un vertice con tutti i principali partiti per affrontare la crisi. E oggi sarà  un’altra giornata storica per l’Egitto: 35 fra organizzazioni, partiti tradizionali, gruppi sociali, movimenti giovanili hanno convocato un’altra manifestazione nella piazza simbolo della rivoluzione egiziana, per “milioni di persone” nelle loro aspettative, per dire ancora più chiaramente alla Giunta militare che va stabilito un calendario politico chiaro per il passaggio dei poteri dai militari a un governo eletto.
La situazione è molto confusa, tra notizie, rettifiche e smentite. La Giunta militare guidata dal maresciallo Mohammed Tantawi che comanda dalla caduta di Mubarak ha smentito le voci che avevano dato già  per accettate le dimissioni di Sharaf. I militari hanno spiegato di voler trovare un nuovo primo ministro prima di accogliere le dimissioni dell’attuale esecutivo e non ci sarà  alcun annuncio ufficiale fino a quando non si sarà  raggiunto un accordo sul nome del nuovo premier.
«Noi abbiamo solo rovesciato Mubarak, ma il suo intero regime e la Giunta militare sono ancora là », spiega Hossam, un giovane militante di sinistra che controlla che dalla parte dei Ponte dei Leoni non arrivino “infiltrati” nella folla che si appresta a passare la notte in piazza, «quello che sta accadendo è scontato, i militari non potevano mica pensare che sarebbe tutto tornato come prima». Ma le incognite restano ancora molte, sono forti le pressioni per aggiornare il voto per le legislative a un’altra data. Diversi partiti sono d’accordo, ma certamente non i Fratelli Musulmani – i vincitori annunciati di questa tornata elettorale – che vogliono mettere subito all’incasso l’onda lunga della rivoluzione di gennaio. Il voto poi si svolge su base distrettuale e andrà  avanti per mesi tenendo il Paese in uno stato di tensione permanente, prima di arrivare alle elezioni presidenziali previste per fine 2012 o inizio 2013.
Ieri per tutta la città  è stato un giorno drammatico, un nuovo bagno di sangue. Dopo una notte relativamente tranquilla, la polizia in assetto anti-sommossa ieri è tornata ad attaccare i dimostranti. Le migliaia di persone presenti sulla piazza hanno reagito bersagliando gli agenti con pietre e pezzi di cemento divelti dalla pavimentazione. Secondo il gruppo “Movimento 6 aprile”, una delle formazione più attive dell’opposizione, i morti nei tre giorni di scontri sarebbero oltre 40. Per il ministero della Salute i morti accertati sono 33. Più di 1500 i feriti “ufficiali” ricoverati negli ospedali, ma centinaia e centinaia sono stati medicati in scuole, moschee, aule d’università  attorno la Piazza dove medici volontari hanno improvvisato ospedali da campo.
Poi nel pomeriggio ad accrescere il caos l’incendio in un palazzo di sei piani su un lato della piazza, in cui è rimasto intrappolato un numero imprecisato di persone. I dimostranti hanno cercato di scalare i muri esterni per prestare loro soccorso, mentre l’intervento dei vigili del fuoco è stato ostacolato dalle forze dell’ordine che hanno lanciato lacrimogeni sulla folla. Il palazzo è quello dell’Università  americana del Cairo che confina con il ministero dell’Interno, in questi giorni bersaglio dei manifestanti. E anche la sede del partito dell’ex capo dell’Aiea e candidato alle presidenziali Mohammed El Baradei, l’Assemblea nazionale per il cambiamento, è stata colpita da un incendio che l’ha distrutta. Secondo la versione del responsabile per la Sicurezza Pubblica del ministero dell’Interno egiziano, Sami Sidhom, ad alimentare i tumulti non sarebbero peraltro semplici attivisti politici ma “baltaguiya”, cioè “delinquenti comuni” infiltrati tra la gente per fare irruzione nella sede del dicastero e per «attaccare la polizia». Secca la replica di Mahmoud al-Afifi, esponente del movimento giovanile “6 Aprile”, uno dei principali tra quelli coinvolti nelle proteste contro la giunta militare al potere: «Come possono al ministero dell’Interno distinguere tra un infiltrato e un militante? Nemmeno le loro pallottole sanno fare differenze».


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