AZZARDO MORALE VELENO D’EUROPA

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 Il proverbio del giunco è famoso nel vocabolario della mafia: sembra impregnare anche i partiti e le corporazioni, alle prese con la crisi e il dopo-berlusconismo. Quel che sta tentando il governo non sarebbe politica autentica, nella casa italiana ed europea che abitiamo. Finito l’intervento degli idraulici, rincaseranno i ben più legittimi architetti, decoratori, proprietari.
Questa è la trappola, anche linguistica, che incatena le menti. In realtà , lo sforzo di sanare l’Italia e per questa via l’Europa è politica nel senso pieno e alto, e non solo perché l’esecutivo dipende dal Parlamento. Quel che fa può essere condiviso o no, ma politica resta. Se non è vista come tale, è perché ci siamo disabituati a immaginare altre maniere di farla, e spiegarla. A distinguere fra ambizione e carriera politica. A ridefinire il compito dei partiti nella res publica.
Pensare non solo alle incombenti scadenze elettorali ma ai prossimi dieci, vent’anni; armonizzare le scelte italiane con quelle europee; battersi infine perché l’Unione si trasformi in una comunità  più stretta, solidale: dire che tutto questo non è politica ma tecnica equivale a confessare una radicale impreparazione al mondo mutante che abbiamo davanti. Se tutto sta a esser preparati, ecco, non lo siamo: è a costumi obsoleti che stiamo appesi, api ronzanti che vedono un punto e non il tutto. Persistiamo in questa postura anche se la vecchia politica manifestamente è fallita: non solo economicamente ma civilmente, moralmente.
Così come stanno le cose, è probabilmente opportuno che i leader dei partiti non partecipino al governo chiamato a raddrizzare le storture. Lenti a rinnovarsi – Monti l’ha confessato – sarebbero un «motivo d’imbarazzo». Ma se li vediamo da vicino, simili giudizi sono umilianti: certificano che i partiti sono incapaci di politica alta, di misurare e dire all’elettore le prove che ci toccano. Di vedere nella politica non una carriera ma una chiamata, appunto, cui si risponde con l’Eccomi del servizio. Gustavo Zagrebelsky ha scritto su Repubblica, il 12 dicembre, che i partiti hanno alzato bandiera bianca, dicendo a se stessi e ancor più ai cittadini: Dobbiamo esserci, ma vorremmo non esserci. Votiamo a favore ma ci riserviamo di dire, se serve: «Non è questo che volevamo».
Certo è possibile la strategia delle doppiezze. Può esser perfino remunerativa. Se per quasi vent’anni gli italiani hanno votato con cocciutaggine un venditore d’illusioni, proprio questo desideravano: una non-politica, un farsi giunco nella speranza che il fuoco bruci tutti tranne noi, un fantasticare che il divenire non divenga (disincarnata, la fantasia diventa, secondo Hobbes, Regno dell’Oscuro). Ma è una strategia perdente. Di qui l’urgenza di qualcosa che somigli a una rivoluzione mentale. Rivoluzione è sostituire un regime bacato con uno nuovo: per noi vuol dire non svilire i partiti ma riscoprirli, interpreti e pedagoghi della società . Vuol dire aggiustare l’Italia pensandola come Alce Nero pensava il pianeta terra: «Non l’ereditiamo dai nostri padri, ma l’abbiamo in prestito dai nostri figli». La rivoluzione è questa. L’Eccomi è quest’idea di temporanea custodia di un bene che oltrepassa una generazione.
È una rivoluzione insieme italiana ed europea, ed è significativo che in ambedue gli spazi la questione morale sia al centro. Nella nazione, spetta ai partiti tornare a essere quei mediatori descritti nell’articolo 49 della Costituzione: non gruppi d’interessi in complice difesa di una classe, una cerchia, ma libere associazioni di cittadini che concorrono «con metodo democratico a determinare la politica nazionale», dedite al bene comune e non ai propri affari. La questione morale consiste nell’evitare che la Cosa pubblica sia confiscata dall’anti-Stato: evasione fiscale, malavita, esattori del pizzo che usurpano l’esattore statale.
Ma esiste una questione morale anche in Europa, e perfino nelle vicende tecniche dei debiti sovrani, delle bancarotte statali, dei salvataggi europei. Non a caso c’è una parola che riaffiora cronicamente, ogni volta che Banche centrali o organi europei discutono le misure contro i default. Se l’Unione fatica a farsi Stato che protegge tutti i cittadini dalla paura e dagli infortuni, se Germania e Bce tergiversano, è a causa di un rischio specifico, che si chiama moral hazard. 
Il rischio morale è un concetto nato nelle mutue. Mettiamo l’assicurazione contro gli incendi: se come assicurato mi sento sicuro a tal punto da non fare più attenzione ai fornelli accesi o ai fiammiferi, se la responsabilità  personale cede il passo allo sfruttamento della buona fede altrui, c’è azzardo morale. Certo condivido il rischio pagando la polizza, ma la sicurezza che sarò comunque risarcito può incitare alla lassitudine. Lo stesso può succedere nei rapporti fra Stati europei.
Il dilemma dell’azzardo morale è l’assillo che avvelena l’Europa, tramutandola in un intrico di passioni distruttive: diffidenza verso i partner, paura che gli aiuti saranno sperperati, tracollo della fiducia da cui nacque l’avventura comunitaria. Anche un’essenziale conquista postbellica, il welfare europeo, può svanire a causa dell’azzardo morale. L’Unione e il welfare sono qualcosa di più di una compagnia assicurativa: non tutti i sinistri (diseguaglianze, precariato, la stessa flessibilità  che secondo Draghi «crea incertezza») incentivano la lassitudine. Resta che il moral hazard aiuta a capire la centralità  dell’informazione, della verità  nei contratti. Sempre, infatti, esso insorge da un’informazione asimmetrica: l’assicuratore possiede meno informazioni dell’assicurato, sulle circostanze scatenanti l’infortunio.
Affrontare le due questioni morali (la rivoluzione dell’onestà  e della legalità  in Italia, della fiducia e dell’unione politica in Europa) significa fare politica in modo diverso, prevenendo in tempo utile sciagure e ingiustizie con una più leale informazione reciproca. Dicendo ai popoli la verità  sulle mutazioni mondiali. Imparando – partiti, sindacati, governi – ad agire nel duplice spazio nazionale ed europeo.
La dimensione nazionale della morale pubblica si è andata affievolendo, nella prima e seconda repubblica. Ma anche la dimensione europea è precipitata, per colpa di classi dirigenti incapaci (accade spesso) di pensare due cose al tempo stesso. Perché è urgente la seconda dimensione? Perché nella crisi odierna, agli stati dell’Unione tocca innanzitutto ridurre le spese, disciplinare i conti. Perché le liberalizzazioni son lente a fruttare. Perché l’equità  è ostacolata a tanti livelli: lobby, sindacati, partiti, burocrazie statali. Inoltre non promette automatico sviluppo. La crescita, solo l’Europa potrebbe avviarla: con piani unificati di ricerca, di investimenti in energie alternative, in trasporti, in conoscenze, infinitamente meno costosi se fatti in comune. 
È la risposta al moral hazard, alle paure, al clima di sospetto che regnano negli stati più forti e nella Bce. Ma per questo bisogna dare più soldi al bilancio europeo, più poteri alla Commissione, al Parlamento europeo. E bisogna che i cittadini possano contribuire a tale politica, attraverso i partiti, eleggendo direttamente i presidenti della Commissione, deliberando assieme gli investimenti europei e il loro finanziamento. Vale la pena questa rivoluzione, perché è lì che riapprenderemo e la politica, e la democrazia, e la sovranità  che nazionalmente abbiamo smarrito.


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