Christa Wolf. La signora della Germania Est che diede voce a Cassandra

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Die Stunde Null, l’ora zero, come i tedeschi chiamano la fine della Seconda guerra mondiale, non fu l’ora della verità . In quel momento i tedeschi avevano della verità  ancora più paura che dei carri armati sovietici. Il rifiuto di sapere, la non volontà  di indagare su se stessi fu l’esperienza determinante in quel momento cruciale della loro storia, quel punto zero in cui s’incrociarono guerra, prigionia, fame, perdita della propria terra, perdita di senso, disillusioni e paura della morte. Fu quell’esperienza che cominciò a scuotere in molti tutte le verità  in cui avevano creduto fino ad allora. L’incapacità  di portare il lutto, l’estraneità  nei confronti delle vittime – in palese contraddizione, ad Est, con il mito fondante della DDR come lo Stato “antinazista” per eccellenza, e ad Ovest, con il pathos di rinnovamento della Germania federale – fu il vissuto traumatico su cui si formò una generazione di scrittori che era nata nel Terzo Reich e ne aveva subìto adolescente il fascino.
Nessuno come Christa Wolf ci ha fatto capire lo stato d’animo dei tedeschi in quel tempo. È una consapevolezza che si accentua ora che la più grande autrice della DDR – malata da tempo – si è spenta ieri a Berlino, all’età  di 82 anni.
In uno dei suoi primi, bellissimi racconti, intitolato Blickwechsel, una colonna di profughi sta accaparrandosi dei viveri da un camion di approvvigionamento della Wehrmacht abbandonato su una strada del Mecklenburgo. Siamo nell’aprile del 45. Improvvisamente dal limitare della foresta compaiono delle figure scheletriche, mezzo vestite, scampate da un vicino campo di sterminio. Calpestano le zolle con i piedi nudi insanguinati. E’ evidente che si tratta di un déjà  vu, che tutti sanno benissimo chi sono quelle figure miserande. Wir wussten Bescheid, dice la narratrice, una giovane ragazza che fa parte della carovana dei profughi, sapevamo. La ragazza ha paura che gli scampati al campo di sterminio vengano a derubarla dei vestiti che ha indosso, ha paura ma allo stesso tempo pensa che in fondo sarebbe giusto, che anche lei merita vendetta, si sente colpevole per il semplice fatto che sapeva.
Gli ex prigionieri non si vendicano sui profughi, non ne avrebbero la forza. Raccolgono delle armi abbandonate lungo la strada e salgono su una scarpata, da dove possono guardarsi alle spalle proseguendo il cammino nel caso che qualcuno li segua. In silenzio guardano i profughi che a loro volta li scrutano in silenzio. L’incrocio di quegli sguardi è insostenibile, tanto che la ragazza spera che qualcuno urli, spari in aria, perfino semplicemente spari. Il senso di colpa si tramuta in rabbia.
Nel 1945 Christa Wolf aveva sedici anni ed era una profuga. Era cresciuta in una modesta famiglia protestante di provincia nel Brandeburgo. I genitori avevano un piccolo negozio di alimentari, il padre era entrato nel partito nazista nel ’33 insieme all’intera squadra di canottaggio di cui faceva parte. Anche Christa era entrata nella Hitler Jugend non appena compiuti i quindici anni. Una vita tra banalità  private e pubblico fanatismo: dipendenza dall’ordine, soggezione all’ordine, inquadramento, scriverà  poi.
Oggi un’intera generazione non ha più in Christa Wolf il proprio punto di riferimento. Ma così non è stato nei venticinque anni precedenti. Quando uscì Cassandra (tutta la sua opera è stata pubblicata in Italia da e/o), quando nel 1982 Christa Wolf tenne le sue famose letture a Francoforte, i giovani tedeschi, all’Ovest come all’Est, pendevano dalle sue labbra. Riflessioni su Christa T. fu il contributo importante della DDR alla letteratura del ’68. Nel 1976 aveva firmato per Wolf Bierman, il cantautore a cui la DDR aveva tolto la cittadinanza mentre era in tournée all’ovest (la Stasi fece circolare la notizia falsa che lei aveva poi ritirato la firma). Dopo la caduta del Muro diventò però persona non grata. Anche prima molti in Occidente non le avevano perdonato che, pur potendo partire, lei fosse rimasta nella DDR – una dimostrazione in fondo che quella era per lei, nonostante tutto, la Germania migliore.
“Non è giusto fuggire, è giusto restare e lottare”: era stata la scelta di Rita nel suo primo romanzo Il cielo diviso, sugli anni drammatici della costruzione del Muro che separa due amanti. Né le perdonarono, quando il cielo si richiuse e il muro cadde che lei, sull’Alexander Platz, avesse chiesto ai suoi concittadini di non rinunciare all’esperimento socialista ma di cercare di realizzare un vero socialismo. Soprattutto non era piaciuto in occidente la sua critica al capitalismo: dopo la riunificazione i tedeschi dell’ovest non volevano sentir parlare di estraneità  al modo di vivere occidentale. Quando nel 1990 pubblicò Was bleibt (Che cosa resta), sul periodo in cui era guardata a vista dalla Stasi, il libriccino fu accolto da una valanga di critiche: “Che cosa ci vuol dire con dieci anni di ritardo Christa Wolf, di aver scoperto che nello Stato della Sed, il partito comunista al quale era iscritta, c’erano davvero la repressione e il terrore?” aveva scritto perfino Die Zeit. “Opportunismo della peggior specie” sentenziò lo Spiegel e lei si risentì.
L’opportunismo se l’era sempre rimproverato da sola: la sua generazione, aveva scritto, aveva portato nella nuova società  il credo nell’autorità , e aveva scambiato troppo rapidamente una ideologia con un’altra. Fu attaccata soprattutto per la sua collaborazione con la Stasi, negli anni ’50, quand’era ancora redattrice di una rivista culturale, difesa solo dall’amico di una vita, il Nobel Gà¼nter Grass. In tutto aveva consegnato alla Stasi tre rapporti – così insignificanti che tre anni dopo la Stasi interrompe la collaborazione. Anche come giovane redattrice aveva fortissimi scrupoli a denunciare i colleghi, ma perché non si era rifiutata di collaborare? A questa domanda Christa non ha mai risposto.
Era stata l’unica, tra gli intellettuali della DDR che dopo l’unificazione formò un circolo in cui per diversi mesi ospiti illustri discussero della situazione mondiale. Christa voleva capire bene in quale mondo fosse approdata, che rapporto c’era tra giustizia e Stato di diritto, tra povertà  e ricchezza, tra il singolo e il tutto. Era sempre stata ostinata, paziente e sistematica. Per quarant’anni, tutti i 27 settembre, scriveva un diario della sua giornata. Aveva cominciato nel 1960 quando un giornale moscovita le aveva chiesto di raccontare quel 27 settembre, giorno in cui Gorki nel 1935 aveva invitato gli scrittori di tutto il mondo a “raccontare una giornata su questo pianeta”.


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