LE MASCHERE DI ASSAD

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GlI attentati di Damasco segnano un drammatico “salto di qualità ” nella vicenda siriana: chiunque ne siano gli autori. Si tratti, come ritiene ufficialmente il regime, di qaedisti decisi a “irachizzare” uno scenario che assume, giorno dopo giorno, i caratteri di un’insurrezione interna e prospetta esiti “libici”. Oppure, come sospettano le opposizioni, di una strategia della tensione in salsa siriana. Una strategia gestita direttamente dalle stesse forze di sicurezza di Assad. Sospetto che trae alimento dal fatto che l’attacco, altamente simbolico oltre che drammatico, alla sede dei servizi di sicurezza è avvenuto nel giorno in cui inizia la missione della Lega Araba finalizzata a stabilire una tregua tra regime e oppositori e una soluzione negoziata della crisi. Un passo che Assad e il suo cerchio interno hanno accettato per guadagnare tempo, oltre che per evitare un ulteriore isolamento dal mondo arabo dopo la sospensione della Siria dalla Lega e l’adozione di sanzioni da parte dello stesso organismo. Bashar Assad, infatti, sa bene che un successo della mediazione preluderebbe alla sua uscita di scena…
La repressione è stata troppo dura perché il leader siriano possa restare al suo posto. Dall’estate scorsa, poi, la rivolta non è fatta solo di manifestazioni di massa e di violenti scontri urbani ma anche di una guerriglia aperta, prodotto della diserzione di soldati sunniti che si sono rifiutati di sparare contro i membri della propria comunità  e hanno, invece, rivolto le armi contro quanti ritengono dei persecutori. In Siria, paese a larga maggioranza sunnita, i comandi delle forze armate sono appannaggio dei membri dalla minoranza alawita, alla quale appartiene lo stesso Assad, mentre gradi intermedi e soldati sono in larga parte sunniti. La classica frattura interconfessionale è ora esplosa anche tra i militari. I “disertori”, per ora forse un migliaio, hanno dato vita all’Esercito di Liberazione Siriano (Fsa) comandato da Riad Asaad, un generale dell’aviazione, arma tradizionalmente controllata dai fedelissimi del regime, significativamente rifugiatosi in Turchia. L’Fsa chiede alla comunità  internazionale l’istituzione di una no-fly zone nel Nord, nella quale ha la sua principale base, dalla quale organizzare un attacco su larga scala contro le truppe governative. Non è un caso che la repressione contro i “disertori” sia stata particolarmente dura ai confini con la Turchia, come ricorda il recente massacro a Jabal al-Zawiya nella provincia di Idlib, dove parte degli effettivi dello Fsa si sono concentrati. 
Dalla capacità  di contenere il fenomeno delle defezioni – sin qui non c’è stato il passaggio di intere unità  nei ranghi dell’opposizione armata anche se la situazione si è rivelata piuttosto critica a Homs, teatro di durissimi scontri – così come dalla possibilità  di mantenere il pieno controllo della capitale, presidiata dalla Quarta Divisione comandata da Maher, il fratello di Bashar, dipende la tenuta militare del regime. Sul piano del consenso, invece, esso può contare sull’appoggio di diversi settori sociali. In primo luogo le minoranze religiose: alawiti, cristiani, drusi, che temono un paese dominato dai sunniti, ma anche fette della borghesia sunnita, in particolare uomini d’affari, commercianti, impiegati pubblici, che hanno tratto vantaggio dal patrimonialismo di regime, lo sostengono ancora. Sono pezzi di società  che rifiutano un futuro dominato da partiti e movimenti islamisti sunniti. In particolare dai Fratelli Musulmani, assai radicati nel paese e meno pragmatici dei loro confratelli egiziani o tunisini.
Dimostrare che la caduta del regime aprirebbe spazi impensati a Al Qaeda, o comunque ai fautori di un diverso equilibrio geopolitico, è l’ultima carta per Assad. L’obiettivo è attenuare le pressioni esterne. Dei paesi arabi del Golfo e della Turchia. Oltre che rendere evidente a antichi nemici come Stati Uniti e Israele, preoccupati dei legami di Damasco con Teheran ma anche del certo effetto domino sulla regione provocato dall’eventuale caduta di Assad, e a storici alleati ora titubanti come la Russia, che in circolazione ci sono nemici ben peggiori, per i loro interessi, dell’attuale regime siriano.


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