Parte la sfida «missione Ue»: abbiamo le mani meno legate

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ROMA — In una giornata in cui incassa gli applausi di Camera e Senato, quelli inusuali della stampa straniera, quelli virtuali, ma più importanti fra tutti, dei mercati, con il crollo dello spread sui titoli tedeschi, Mario Monti ha già  un occhio a Bruxelles, al summit europeo di dopodomani, che sarà  decisivo per l’eurozona.
Mentre la Merkel e Sarkozy si riuniscono e trovano un accordo a Parigi, Monti rilascia in inglese una breve intervista alla stampa anglosassone, fra gli altri ai cronisti di Cnn e Reuters, e spiega che giovedì prossimo posizionerà  il nostro Paese a fianco di Francia e Germania e delle proposte di modifica dei trattati europei.
Erano una volta «sinners», peccatori, in termini di bilancio, scherza Monti, che ne denunciò da commissario europeo le condotte fiscali dinanzi alla Corte europea di Giustizia, ma oggi Francia e Germania fanno parte del fronte dei «virtuosi». E a proposito di virtù finanziarie Monti spiega che troverebbe del tutto normale se «alla Commissione europea fossero attribuiti in tema di budget nazionali gli stessi poteri che già  oggi ha nel settore della concorrenza». Ovvero un potere enorme di indagine, intervento e sanzione.
Sono notazioni di non poco conto, che lasciano intendere quella che potrebbe essere di qui a qualche mese l’autonomia fiscale degli Stati dell’eurozona, compresa l’Italia. Una misurata riduzione di sovranità , se vogliamo, che avrebbe come contraltare la possibilità  di immaginare diversamente il ruolo della Banca centrale europea. L’insieme di provvedimenti che in Europa si stanno mettendo in campo, aggiunge infatti Monti, «credo che indurranno la Bce a riconsiderare, nella sua piena indipendenza, le proprie politiche di intervento».
Ne discute anche con il premier olandese, Mark Rutte, classe ’67, di prima mattina, a Palazzo Chigi. Una discussione che al centro ha anche la manovra appena varata, di cui Rutte si dice «impressionato», stesso termine che usò la Merkel e sul quale Monti fa dell’ironia, perché «è importante che il primo giudizio arrivi da chi è alfiere, come gli olandesi, della disciplina di bilancio».
Per Monti gli olandesi sono un paradigma, ne parlerà  anche davanti alla stampa straniera: il simbolo di un modo «nordico» di concepire il rapporto fra Stato e cittadino. Mentre lo spread continua a scendere Monti scherza sul fatto che lui stesso appartiene «al remoto Nord italiano, quasi la Norvegia», e pur non rinnegando le radici mediterranee sceglie dunque di citare la flex security dei sistemi di welfare dei Paesi scandinavi, il fatto che il suo governo punterà  a proteggere «il lavoratore», e la sua mobilità , «e non il posto di lavoro».
Sono concetti nuovi, almeno per il largo pubblico, su cui il premier insiste, sempre sul filo di un’ironia controllata, ma che svela anche modelli di ispirazione. Del mercato del lavoro si occuperà  a breve, «è il prossimo cantiere che apriremo», promette, e in una cornice che guarda al Nord Europa c’è da invidiare anche «il livello e la qualità  dei servizi pubblici e sono sicuro che alla fine della “lunga” vita di questo governo sarà  migliorata anche la qualità  del nostro servizio pubblico».
Nell’aula di Montecitorio Monti intreccia dichiarazioni di understatement ad altre che definiscono la sua forza politica. Esiste la consapevolezza di essere necessario, quasi imprescindibile, in questo periodo, e l’analisi è la seguente: «Il mio governo ha le mani meno legate dei precedenti proprio per la mancanza di prospettiva politica ed elettorale».
Cita due volte Berlusconi, seduto fra i banchi del Pdl, e in un lapsus definisce il Cavaliere presidente del Consiglio. Alla vigilia dei voti che il decreto dovrà  avere, in Parlamento, per qualcuno c’è del garbo ricercato, più che casuale. All’ora di cena il premier lascia l’aula di Palazzo Madama, dodici ore dopo l’incontro con Rutte, e fa rientro a Palazzo Chigi.


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