GINGRICH IL REDIVIVO

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La destra nell’estate 2011 si credeva già  alla Casa Bianca e ora in tre elezioni interne ha prodotto tre vincitori, fatto mai accaduto. Questo è esattamente, o dovrebbe essere, l’effetto di primarie vere. Quando il mandarinato politico, i “boss”, sbagliano nel leggere gli umori dei propri elettori e cercano di imporre personaggi surgelati, le primarie li puniscono. 
Dice Andrea Mitchell della Nbc, moglie dell’ex governatore della Fed Alan Greenspan, dunque super insider, che la schiacciante vittoria del redivivo e indigesto Newt Gingrich contro Mitt Romney in South Carolina sabato ha «seminato il panico» fra i potenti del partito che fu di Reagan e dei Bush e che oggi è di nessuno. I repubblicani che contano (e che pagano) avevano puntato su quell’ex governatore del Massachusetts, multi milionario, conservatore moderato e di autorevole, quanto vacua presenza scenica, già  eliminato nella corsa del 2008. Un usato sicuro che la base del partito, divisa fra estremisti del Tea Party, evangelici, moderati, sudisti, indipendenti, isolazionisti, falchi interventisti, paleo o neo conservatori, avrebbe ingoiato.
Non avevano fatto i conti con la “pancia”, con la rabbia che ribolle a destra come a sinistra, in un’America che sta vivendo gli stessi problemi economici. E quando dal nanismo diffuso è emerso uno sconfitto del passato, l’ex presidente della Camera e storico avversario di Bill Clinton negli anni ’90, Newt Gingrich, la “pancia” ha votato per lui, dunque per sé stessa. 
La logica del mandarinato politico è quella della “eleggibilità “, in altre nazioni si direbbe del “voto utile”. Newt Gingrich non è eleggibile, si è sempre detto, e forse è vero. Ma nei momenti di rabbia e di confusione, molti elettori preferiscono perdere con qualcuno che rappresenta il loro malessere, piuttosto che sperare di vincere con qualcuno che non ne interpreta la collera. Accadde, più volte, in passato. I Repubblicani preferirono l’immoderato Barry Goldwater, nel 1964, («la smodatezza nella difesa della libertà  non è un vizio», il suo motto) all’uomo dell’establishment, Nelson Rockefeller. I Democratici vollero McGovern, sicuro perdente, ma che interpretava la rabbia di una generazione sconvolta dagli anni ’60. Per poco Ronald Reagan non riuscì a scalzare un presidente in carica del proprio partito, Gerald Ford, nel 1976, evento inaudito. Ma Reagan utilizzò quella spinta popolare per stravincere quattro anni dopo. Ed era Hillary Clinton, non Barack Obama, il cavallo sul quale il partito Democratico aveva puntato quattro anni or sono, restando appiedato.
Per quanto colossali siano gli investimenti fatti sul proprio favorito – Romney ha già  speso almeno 12 milioni in tre settimane – ancora non è stato trovato il meccanismo che garantisca la vittoria del prescelto. Si possono saturare i teleschermi con spot feroci. Si possono inondare le case di volantini e telefonate. Ma il pubblico, il popolo, comincia a sviluppare anticorpi che limitano l’infezione della propaganda commerciale. E quando la televisione vera mette i candidati a confronto diretto, come è dal primo scontro Nixon-Kennedy, l’effetto dialettico, le gaffe, i balbettamenti, i tic facciali diventano devastanti, perché appaiono autentici. Talmente acuto è il panico da primarie che si cominciano a invocare nomi di riserva, per la destra smarrita e in rivolta contro il predestinato. Ma con le primarie, la parola passa a chi vota. Come rispose il presidente Eisenhower a un preoccupatissimo consigliere che lo avvertiva del pericolo di una vittoria comunista nelle elezioni greche del 1950: «Quando si predica la democrazia, poi si deve vivere con i risultati».


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