Milano, vigile travolto e ucciso da Suv in fuga

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MILANO – Una lunga scia di sangue, impronte di pneumatico rosso scuro, penne e fischietti sbriciolati, lembi di divisa strappati. Per trecento metri la vita di Niccolò Savarino, 42 anni, vigile della zona 9 originario di Campobello di Licata, “Pino” per gli amici, è rimasta aggrappata al parafango del Bmw X5 che lo aveva investito a freddo, trascinato dal piazzale della stazione Bovisa e lungo via Varè, stradone della periferia nord milanese. Poi, all’altezza della fermata del filobus, Savarino cede, finisce travolto sotto le ruote, la sua bici resta impigliata sotto il suv che continua a trascinarla nella sua fuga impazzita, mentre il collega vigile insegue disperato a distanza sulla sua due ruote. Ore 18.05. I sanitari del 118 tentano qualche manovra disperata sull’asfalto, poi volano verso l’ospedale Niguarda. Savarino muore allo scoccare delle 19. E comincia la più grossa caccia all’uomo della storia recente di Milano: polizia, carabinieri, vigili, tutti insieme, tutti a setacciare gli X5 grigio metallizzato della città , in cerca dell’assassino e del complice.
Il destino del “ghisa” Savarino si compie quando lo mandano a controllare un paio di camper di sinti che da tempo bivaccano in piazza Emilio Alfieri, un parcheggione all’esterno della stazione Bovisa che un tempo vomitava operai e oggi deposita studenti e immigrati verso le loro vecchie case di ringhiera. C’è un mezzo targato bianco posteggiato in via Bellagio, una traversa della piazza. I due vigili intimano agli occupanti di spostarsi ed ecco che entra in azione il Suv. Si muove nervoso, una ruota sale sul piede del sinti. Lo bloccano. Uno dei due uomini in bici e divisa si avvicina al finestrino per chiedere i documenti, Savarino si para davanti. il finestrino non si abbassa, il Bmw ingrana la marcia e parte, impazzito, prende la curva a destra a tutta velocità , completa la sua corsa mortale e vola verso via Imbriani, mezzo chilometro più in là , dove alcuni passanti urlano ai conducenti. «Oh, avete una bici sotto, fermi!». I due scendono, gettano il rottame davanti alla chiesa di via Catone e svaniscono.
In zona si precipitano decine di vigili, molti in lacrime, gazzelle e volanti, via Varè viene transennata, il traffico impazzisce. Per Savarino non c’è nulla da fare. Testimoni avrebbero raccontato – ma non ci sono conferme ufficiali – che il Suv sarebbe ripassato sul suo corpo in retromarcia. Altri prendono numeri di targa parziali e li passano agli investigatori, anche le telecamere di zona forniscono altre immagini utili. Il pubblico ministero Mauro Clerici apre immediatamente un fascicolo per omicidio volontario. Il sindaco Giuliano Pisapia arriva e sgrana gli occhi mentre gli raccontano i fatti: «Una follia, fatti così tremendi e tragici non sono accettabili – mormora – chi ha compiuto un atto così grave non può pensare di rimanere impunito». Poi va al Niguarda per le condoglianze
La caccia è forsennata. Non sono ancora le 20 che due nomadi vengono portati in manette sul luogo dello scempio. Guidavano un Bmw – che non ha un graffio – li portano davanti ai testimoni, non sono loro. Due chilometri più in là , ad Affori, rilievi su un secondo Suv davanti all’attonito proprietario, che urla la sua innocenza e ha un malore. Un terzo viene trovato, e scartato, nella vicina via Masina. Si cerca nei campi nomadi, facce sospette e testimoni finiscono al comando per identikit e confronti all’americana. A notte fonda i killer sono ancora fantasmi.


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