Piazza Tahrir, un anno dopo

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La “primavera” è incompiuta, ma non si è spenta, continua, un anno dopo, sotto la tutela dei generali. È un po’ come se fosse imprigionata in una camicia di forza, dalla quale cerca di liberarsi. Potrebbe anche riuscirci, col rischio di provocare una controrivoluzione. Un colpo di Stato. Non si schioda in pochi mesi un regime militare che ha sessant’anni. Bastava un’occhiata alle immagini di ieri, al Cairo, dove si ricordava la prima manifestazione di piazza Tahrir, quella del 25 gennaio 2011, per rendersi conto che l’allegro sventolio di bandiere, i sorrisi, gli slogan scanditi con entusiasmo sulle sponde del Nilo, non riescono più a nascondere la tensione tra le fazioni, sostituitasi allo spirito unitario delle prime ore o dei primi giorni. Spontaneità  e ambiguità  convivono nell’edizione egiziana della primavera araba: ed erano evidenti nel momento della memoria. 
L’ambiguità  era leggibile nell’atteggiamento del Supremo Consiglio delle Forze armate, detentore del potere dopo la destituzione di Mubarak, il raìs adesso sotto processo. I generali hanno dichiarato festa ufficiale l’anniversario del 25 gennaio, quindi dello scoppio della rivoluzione che subiscono e cercano nella realtà  di contenere e di castrare. Di soffocare anche nel sangue, poiché contandoli soltanto a partire da ottobre i morti ammazzati sono stati almeno ottanta. Tutte le rivoluzioni sono destinate a frantumarsi in fazioni e correnti. I movimenti che ieri hanno percorso il centro della capitale erano cinquantacinque, radunatisi in dodici luoghi diversi prima di convergere su piazza Tahrir. Ma su tutti dominavano i Fratelli musulmani, che hanno appena conquistato alle elezioni quasi la metà  dei seggi della Camera dei deputati. 
I quadri del loro partito, “Libertà  e Giustizia”, guidavano i militanti ben inquadrati, e distinguibili per le bandiere e i simboli. E sembravano garantire l’ordine, in assenza dei militari (prudentemente invisibili), dei quali hanno sposato il programma. Secondo il quale il Supremo Consiglio delle Forze armate trasferirà  i poteri soltanto alla fine di giugno, quando dovrebbe essere eletto il presidente della repubblica. Un calendario non condiviso dai gruppi laici, ai quali si affiancano non pochi giovani Fratelli musulmani disubbidienti al loro partito. Quei movimenti d’avanguardia continuano a chiedere, con spontanea tenacia, l’immediato ritiro dei militari nelle caserme, in particolare adesso che il Parlamento è stato eletto. 
Essi temono che i generali influiscano sulla commissione incaricata di preparare la nuova Costituzione, da approvare con referendum prima dell’elezione presidenziale all’inizio dell’estate. Un programma poco credibile per via dei tempi tanto stretti da sembrare impraticabili, quasi fossero una trappola. Anche perché resta ancora da eleggere il Senato, destinato ad essere un ramo consultivo del Parlamento. I generali non lasceranno tanto facilmente il potere, che gestiscono dal 1952, quando hanno cacciato re Faruk e hanno proclamato la repubblica. I presidenti da allora sono sempre stati dei militari: Naguib, Nasser, Sadat, Mubarak. L’idea di un presidente eletto appare ai loro occhi un’eresia. Tanto più che le Forze armate non sono confinate nelle caserme. Controllano almeno un terzo dell’economia: ospedali, alberghi, campi petroliferi, fabbriche di alimentari e di armi. E pesano sulla giustizia. Grazie allo “Stato di emergenza”, ancora in vigore, i tribunali militari hanno processato negli ultimi mesi dodicimila «delinquenti», non pochi dei quali erano militanti di piazza Tahrir. Puntualmente i generali promettono di essere più rispettosi delle libertà  individuali. 
Benché colti di sorpresa dalla rivolta del gennaio 2011 alla quale si sono subito accodati, salvaguardando abilmente i rapporti con i militari, gli islamisti hanno dominato la manifestazione di ieri. Oltre ai Fratelli musulmani, rappresentanti una forza moderata, c’erano i salafiti, gli integralisti dell’Islam, con barbe, bandiere e senza donne. Il loro nuovo partito, el-Nur (la Luce), ha raccolto un quarto dei voti, portando al settanta per cento la presenza degli islamisti in Parlamento. Ma essi non sono gli alleati naturali dei Fratelli Musulmani. Sono piuttosto i concorrenti. I Fratelli, ansiosi di provare il loro spirito democratico, non vogliono compromettersi con i salafiti il cui fine è l’applicazione della legge coranica, e pare preferiscano stringere intese con i laici, minoritari, ma ben presenti nel Parlamento, con poco meno di un terzo di deputati, oltre che nella società . 
La prima domanda riguarda la natura della “primavera”. E’ araba o è islamica? I Fratelli musulmani si sono inseriti in un processo di democratizzazione che non hanno scatenato. Che li ha, appunto, colti di sorpresa. L’avanguardia liberale, all’origine della primavera araba, non ha potuto, non ha voluto, non ha tentato di prendere il potere. C’è stata una protesta. C’è stata una rivolta, che ha spalancato un vuoto. Ma non c’erano veri rivoluzionari, o non ce n’erano di abbastanza forti per esserlo sul serio, quindi non poteva esserci una vera rivoluzione. La rivoluzione potrà  prendere corpo col tempo. 
In questo primo anno a inserirsi nella breccia aperta dalle avanguardie liberali è stata la sola forza formatasi in decine di anni di lotta politica contro regimi autoritari. I Fratelli musulmani, passando dalle prigioni alla semi clandestinità , dal fanatismo della jihad a un’opposizione politica, e accettando un vago fluttuante riconoscimento, mai ufficiale, si sono dotati di un’organizzazione capillare nella società  abbandonata a se stessa. Hanno creato scuole, ospedali, centri di assistenza, un welfare che lo Stato non pensava di finanziare. Oltre che affondare radici nell’Egitto religioso e spesso analfabeta, hanno esteso la loro influenza ai ceti medi, conquistando le classi professionali, medici, avvocati, ingegneri.
Essi non hanno tuttavia arricchito le dinamiche avanguardie liberali. Al contrario. Rappresentano ormai una forza moderata ma una forza conservatrice. Pronta ad accettare la democrazia ma non a promuovere una società  liberale. Non impongono la sharia, la legge coranica, ma predicano i valori della famiglia, hanno tratto insegnamenti dal fallimento dei regimi ideologici e guardano con interesse l’AKP, il partito turco, islamico – conservatore, rispettoso dei principi essenziali della democrazia e al tempo stesso dell’Islam. Tengono conto degli imperativi strategici, e non mettono in discussione ad esempio la pace con Israele, anche se pensano a una pace fredda. Insomma, l’islamismo, nella versione dei Fratelli Musulmani, che ha conquistato quasi la metà  del nuovo Parlamento, e che dovrà  presto governare, è profondamente cambiato. Appare insensibile ai vecchi richiami della jihad. Si è imborghesito. 
Per ora tra islamisti e militari esiste più una tregua che un’intesa. I generali hanno promosso le elezioni e quindi favorito il successo dei Fratelli Musulmani, i quali non possono che essere riconoscenti. Tuttavia la legittimità  acquisita con il voto democratico è destinata scontrarsi con il diritto di essere al di sopra della democrazia in gestazione, che i militari si aggiudicano in quanto garanti dell’unità  e della sicurezza del paese. Sarà  difficile evitare una prova di forza, anche perché i movimenti sociali si moltiplicano. Dai primi giorni si sono formati liberi sindacati operai che hanno infranto il monopolio del sindacato ufficiale. Anche su questo terreno si è manifestata l’ambiguità  dei militari. Non hanno proibito i nuovi sindacati ma non li hanno neppure autorizzati. La pessima situazione economica, che sta minando ancor più la disastrata società  egiziana, costringerà  a scoprire le carte. La “primavera” è in mezzo al guado, tra rivoluzione e restaurazione.


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