“Cambieremo la Costituzione” folla al primo comizio di Aung

Loading

DAWEI – Ai bagni di folla Aung San Suu Kyi si è ormai abituata dopo tanti anni di isolamento. Ma ieri a Dawei ha superato ogni record, nel primo giorno di avvio ufficiale della sua campagna elettorale. La calca di decine di migliaia di persone, corse a vederla sotto il sole nella polvere delle strade sterrate del Taninthary, ha sconsigliato alla sicurezza del partito di lasciarla camminare. Così la Lady ha salutato dall’auto, chinandosi a stringere mani e raccogliere fiori mentre tutt’attorno gridavano: «Grazie, Madre Suu», o «Lunga Vita, Daw Suu Kyi».

È stata una giornata di tour de force, durante la quale ha annunciato che in Parlamento si batterà  per cambiare le norme della Costituzione. Norme scritte dai generali per conservare più a lungo possibile un potere che potrebbe sfuggirgli di mano molto più in fretta del previsto. Già  all’arrivo in aeroporto il messaggio per il regime è stato chiarissimo. Devoti di ogni età , giovani e giovanissimi vestiti con le sue magliette e il simbolo del partito dipinto sul volto, si sono allineati dall’alba ad attenderla, seguendola nei villaggi dove la leader dell’opposizione ha parlato non più di 10, 15 minuti ogni volta, ripetendo a ogni tappa le stesse cose: «Siamo solo agli inizi – dice – non scambiamo queste prime aperture per democrazia. Se avremo pura democrazia, tutto il mondo ci aiuterà . Ma ora non ce l’abbiamo. Proprio adesso serve tutto il vostro sostegno, perché solo con l’unità  possiamo raggiungere lo scopo che ci prefiggiamo. Ora non posso promettere niente. Ma se volete che io faccia qualcosa per voi, dovrete votare la Lega nazionale per la democrazia. Solo cosi avremo la forza di procedere con le riforme».
Ogni frase è accompagnata da un tripudio di ovazioni, soprattutto quando parla della Costituzione, che oggi attribuisce ai generali un potere quasi granitico: il 25 per cento dei posti fissi per i militari in ogni Parlamento, l’immunità  per il capo dell’esercito e la sua autonomia rispetto al Presidente (con la possibilità  di destituire ogni organo eletto), oltre a un budget illimitato. 
Aung San Suu Kyi non entra nei dettagli, ma le basta accennare al fatto di voler cambiare le norme per sollevare l’entusiasmo generale. Le uniche pause Aung San Suu Kyi le gode nei tragitti tra un villaggio e l’altro, attraverso una giungla di antica bellezza, colline di palme da cocco, alberi di ficus e banyan, cespugli e distese di fiori fino al mare.
La scelta dei primi comizi sulle spiagge attorno a Dawei, roccaforte della Lega nazionale per la democrazia fin dagli anni ’90, non è stata dettata solo da ragioni affettive. L’intero comprensorio è sotto una grave minaccia ambientale: qui sorgerà  un gigantesco porto dove dovrebbero attraccare le grandi petroliere dal Medio Oriente, le merci dall’India, dall’Africa e da tutto l’Occidente, destinate grazie a Dawei a evitare il pericoloso stretto di Malacca tra Singapore e Indonesia.
Vicino alla splendida spiaggia di Maung Magan, dove la Lady ha tenuto il comizio più affollato, circondata da sabbie finissime, sull’azzurro mare delle Andamane, sorgeranno enormi raffinerie per distillare il greggio destinato ai mercati cinese e del Sudest asiatico, fabbriche inquinanti e un deposito di scorie che potrebbero venire “importate” dalla Thailandia.
Nemmeno di questo Aung San Suu Kyi parla direttamente, confermando i timori che la sua libertà , nonostante le aperture, sia ancora “vigilata”. Non può inimicarsi la popolazione che ritiene il porto e le aree industriali una grande occasione per l’economia e l’occupazione di questa regione di pescatori, contadini e trafficanti frontalieri. «Bisogna mediare tra le esigenze di sviluppo e la salvaguardia ambientale», si limita a dire. Sa che da qui saranno traslocati per il nuovo porto 23mila abitanti senza prospettive di un posto dove stare, ma non può far altro che ripetere. «Lasciate che possa difendervi in Parlamento». «Ti amiamo Madre Suu! Ti voteremo!», rispondono in coro. È la loro unica speranza dopo 60 anni di dittatura e povertà .


Related Articles

Ttip. L’Europa rischia tutto tra Stati uniti e Cina

Loading

In ogni rifles­sione e ten­ta­tivo di spie­gare l’importanza e la rile­vanza del Ttip da parte dei suoi soste­ni­tori, aleg­gia la pre­senza della Cina

Arrestati gli informatori della Cia tra Usa e Pakistan è guerra di spie

Loading

Hanno collaborato all’operazione Bin Laden. Gelo di Washington. La “vendetta” di Islamabad rimasta all’oscuro del blitz contro il capo di Al Qaeda In manette anche un alto ufficiale dell’esercito

Tre generali golpisti condannati all’ergastolo

Loading

TURCHIA · Continua la guerra tra eserciti
La sinistra, kurda e turca, cerca spazi, ma viene colpita con una violenza che ricorda gli anni ’90. Ergastolo per tre ex generali turchi accusati di aver tramato un nuovo colpo di stato per rovesciare il governo del premier islamico Recepp Tayyip Erdogan. I tre, Cetin Dogan (ex primo comandante dell’esercito), Halil Ibrahim (ex comandante dell’aviazione) e Ozden Ornek (ex generale della marina) sono stati condannati (il giudice ha stabilito che sconteranno in carcere vent’anni e non l’ergastolo) per aver organizzato e diretto i preparativi del golpe denominato balyoz (mazza).

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment