Europa unita non solo dalla finanza È l’ora di tornare ai padri fondatori

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È duro dover ammettere che oggi il processo di unificazione è esso stesso nel mezzo di una grave crisi e che molte nostre certezze sono a rischio. È vero che non sono in discussione fra gli stati dell’Unione questioni territoriali, problemi di confini o di sicurezza, ma solo questioni di soldi: ma quello che ci sembra mancare è la forza di quegli ideali che ispirarono i «padri fondatori» e che convinsero i popoli europei a credere nel sogno di un’Europa unita, capace di vivere per sempre in pace. 
Il mondo è cambiato, e sono venute meno molte delle ragioni che spinsero all’unificazione nazioni che per tanti secoli si erano combattute. Oggi non c’è più quel fattore unificante dell’Europa democratica che fu la minaccia staliniana. E non può più esserci, nelle nuove generazioni (che soffrono, secondo i più recenti sondaggi, di un indebolimento della fede europeista), la viva memoria di quegli olocausti del Novecento che ci fecero gridare «mai più guerre fra noi». È anche vero che i progressi fatti sulla via dell’unificazione, e il fitto intreccio di interessi e di rapporti non solo economici che abbiamo creato, rendono oggi quasi inimmaginabile tornare a dividerci. Ma forse, per andare avanti sulla via dell’unificazione, con la convinzione necessaria per superare gli egoismi nazionali, ancora più vivi di quanto potessimo immaginare, è venuto il momento di ripensare le motivazioni storiche dell’europeismo: guardando non soltanto al passato, ma al futuro del mondo globalizzato in cui viviamo e vivremo.
Quello che, come europei, non possiamo dimenticare, è che il mondo d’oggi nasce da un processo di «occidentalizzazione» esteso a tutti i continenti, con l’affermarsi di valori creati dalla nostra civiltà , scienza e cultura. Non era però prevedibile che questo trionfo, sia pure imperfetto, dell’Europa e dell’Occidente, avrebbe prodotto un mondo dove, assurdamente, da grandi che eravamo stiamo diventando piccoli di fronte ai nostri giganteschi imitatori. Dobbiamo anche prendere atto del sostanziale fallimento del progetto, da noi concepito, di far trionfare l’ideale di una società  mondiale di popoli capaci di vivere fra loro per sempre in pace. Altro non è stata la creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, che insieme con l’America abbiamo creato, all’indomani della più terribile delle guerre, di cui noi europei eravamo stati i responsabili. L’Onu ha fatto e continua a fare molte buone cose: ma troppi fermenti di conflitti locali, capaci di imprevedibili sviluppi, continuano ad emergere in varie parti del mondo, e noi ne siamo coinvolti. 
Questa è la realtà . E questa è anche la ragione principale che ci impone di rimanere uniti di fronte alle sfide di sopravvivenza del secolo XXI e dei secoli che — atomica permettendo — dovrebbero venire dopo. Questa è l’eredità  che lasciamo, inutile farsi illusioni, ai nostri figli e ai figli dei nostri figli. E forse abbiamo dato loro troppa pace e troppa abbondanza: tanto da fargli dimenticare che la storia dell’umanità  è stata quasi sempre tragedia, e che l’unificazione pacifica dell’Europa realizzata dai sei Stati fondatori rappresenta una assoluta eccezione nella storia del mondo. 
Ma noi, i contemporanei dei creatori dell’Europa unita, non possiamo non guardare molto indietro e molto avanti nel tempo. E non possiamo non trovarci d’accordo con la signora Merkel che, colta alla fine del 2011 da un accesso di saggezza, ha avvertito tutti noi che l’Europa sta vivendo «la sua ora più dura dopo la Seconda guerra mondiale», e che «la sfida per la nostra generazione è di finire quello che abbiamo incominciato in Europa; e ciò significa realizzare, un passo alla volta, una unione politica». 
Ci riusciremo? Ho citato troppe volte il giudizio di Monnet che l’unificazione avanza «attraverso le crisi»: tante volte, che ora mi accade di incominciare a dubitare di questa rassicurazione. E se l’esperienza delle «crisi creative» questa volta non si ripetesse? La storia ci ha giocato troppi scherzi per consentirci di fidarci del passato. Come tanti miei coetanei, sono soltanto un sopravvissuto per caso, un figlio della fortuna. Questa consapevolezza non ci dà  scelta, ci impone di vivere in allarme, nella convinzione — è un concetto che traggo da un saggio di Charles Kupchan su Survival — che l’Europa deve saper «trarre forza dal suo momento di dubbio». Kupchan, un raro americano europeista, ci ricorda che «l’equilibrio globale si sta inclinando a favore delle potenze emergenti», che gli Stati Uniti «stanno attraversando un periodo di pronunciata debolezza economica e politica», e che «un sistema internazionale che è nel mezzo di un profondo mutamento ha più che mai bisogno delle risorse e leadership di una Europa collegiale e forte». Sapremo affrontare la prova? Possibile che la crisi di una minuscola Grecia faccia saltare in aria il grande edificio dell’unità  europea?


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