Gilardi, fotografo della storia eretica

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Diceva «meglio ladro che fotografo» ma è stato il grande Lupin, il ladro gentiluomo della fotografia e della fotologia italiana, il Robin Hood che ha trafugato l’eredità  di Daguerre dai saloni e dai soloni delle accademie per restituirla a tutti, soprattutto ai suoi veri eroi, i magnifici randagi anonimi della fotografia povera e di strada, i reietti, i sottoproletari delle figurine sottobanco, maleducate e irriverenti. Senza la sua celebre Storia sociale della fotografia, uscita nel 1976 e tuttora in libreria, la sua sfrontata Storia infame della fotografia pornografica, il suo Wanted! dedicato a quella criminale, la nostra cultura dell’immagine sarebbe solo un noioso canone di busti da museo.
Ando Gilardi, fotografo, storico eretico di tutte le fotografie mai ritenute degne di storia, cultore e archivista dell’immagine umile, moltiplicata e anonima, fondatore e sfondatore di riviste memorabili e irriverenti, è morto ieri a novant’anni ben vissuti, nella sua casa di Ponzone, nell’Alessandrino, sulla sedia a rotelle dove troneggiava da tempo, barba da patriarca e caffetano da guru, sempre meno mobile nel corpo e sempre più agile di mente, senza rinunciare alle sue geniali provocazioni nella nuvola di Internet, di cui era diventato da ultraottantenne un incursore irrefrenabile, titolare di un calale YouTube, “bannato” più volte da Facebook e sempre riammesso a furor di popolo. Nel testamento ha chiesto nessun funerale, ma una festa di compleanno. 
Imprendibile, anche ideologicamente, bolscevico e sionista, ebreo “detestato dagli ebrei” per le sue opinioni non ortodosse sulla Shoah, prese in mano una fotocamera per rabbia e impegno quando, nel 1945, fu incaricato dagli Alleati di rifotografare immagini dei deportati nei lager nazisti, come prove per i processi. A lungo fotografo ufficiale della Cgil di Di Vittorio, accompagnò Ernesto De Martino alla scoperta etnografica del Sud; fotografo pentito, rinacque giornalista per Lavoro, corsivista di Vie Nuove, pedagogo con il gruppo Foto/gram, poi creatore di riviste fuori da tutti gli schemi, colte e aggressive come Photo13 o geniali e kitsch come Phototeca o Index, trionfo dell’immaginario erotico e maleducato, ultrapopolare e insubordinato, da non lasciare in mano ai bambini, un repertorio infame e sublime raccolto con amore e consultabile oggi nella Fototeca Nazionale che porta il suo nome.
Critico guastafeste, autentico Franti dell’immagine, allegro distruttore di miti, creatore di immagini, Gilardi è stato tra i pochi studiosi a capire che con Daguerre non è apparso al mondo un nuovo giocattolo per fabbricare belle immagini, ma un sistema di produzione di realtà , moltiplicato dalla stampa in un sistema di segni insubordinati che ha sconvolto il nostro rapporto col mondo. Antidoto al luogocomunismo dell’immagine, Gilardi ha affrontato a modo suo, provocatore, paradossale, scatologico, spesso sconcertante, finto incolto (qua e là  s’ode l’eco di Flusser, Benjamin, Baudrillard), con il suo piglio debordante quanto debordiano (nel senso di Guy Debord), anche l’ennesima “morte della fotografia” (per mano digitale), che invece per Gilardi è più viva che mai, essendo morta il giorno stesso della sua nascita, quando il sogno secolare di fermare l’immagine nella camera oscura fu realizzato; per rinascere però subito come matrice universale dell'(in)civiltà  dell’immagine riprodotta, disseminata, incontenibile. Spietato, però, con i fotografi-massa «che credono, poveretti, le fotografie di farle, e invece le consumano soltanto». Raramente ricordato da un milieu cultural-fotografico sempre più interno al mercatismo dell’arte, Gilardi è stato l’unico ad avere il coraggio di maltrattare la fotografia, cioè di amarla come la sua stessa vita.


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