Pasqua a Roma, in marcia per l’amnistia

Un provvedimento che così, senza amnistia, non rispondeva certo a ciò che chiedevano i Radicali che avevano promosso quella manifestazione e le tante personalità  che vi aderirono – tra cui l’allora senatore Giorgio Napolitano – ma comunque pur sempre un segno di attenzione che oggi sembra essersi dileguato. Allora erano 60 mila i detenuti ammassati in carceri che potevano ospitarne al massimo 42 mila. Sette anni dopo, con una media di mille detenuti in più l’anno, i motivi per replicare l’iniziativa ci sono tutti e molti di più. Per questo si bisserà  a Roma nel giorno di Pasqua, domenica 8 aprile. 
L’elenco delle adesioni alla marcia di Pasqua è lungo (anche il manifesto) ma ancora in via di definizione. Moltissimi i religiosi: da don Mazzi a don Gallo e don Ciotti e tanti cappellani di carceri. Il mondo dell’associazionismo penitenziario ha aderito «tutto, come sempre», racconta Irene Testa, segretario dell’associazione radicale «Detenuto ignoto» che coordina i lavori. E poi direttori e medici penitenziari, garanti dei detenuti, una parte dei sindacati degli agenti (molto divisi in questo frangente), giornalisti, parlamentari e consiglieri di tutti i partiti tranne che della Lega (e solo qualcuno dell’Idv). 
Marco Pannella, naturalmente, sarà  tra coloro che apriranno la marcia. Alla sua età  è ancora una volta, da una settimana, alle prese con un sciopero della fame, e sta per intraprendere anche quello della sete. Andrà  avanti ad oltranza, fino a quando, malgrado le imminenti amministrative e la necessità  di consenso elettorale che impedisce di affrontare con onestà  il problema, la politica non comincerà  a discutere la proposta di amnistia. «Per noi – aggiunge Irene Testa – è l’unico strumento tecnico previsto dalla Costituzione in grado di riportare alla legalità  il sistema della giustizia italiana». 
Vediamolo nei numeri, questo sistema: «500 prescrizioni al giorno, 42% di detenuti in custodia cautelare, 4 anni di attesa per le cause civili e 7 anni per quelle penali, decine di condanne della Corte europea per lungaggini processuali – snocciola i dati Irene Testa – 10 milioni di processi pendenti, di cui 6 milioni quelli civili che costano all’Italia 96 miliardi di euro in termini di mancata ricchezza. Smaltire questa enorme mole di pratiche frutterebbe alla nostra economia il 4,9% del Pil ma basterebbe abbattere anche del 10% i tempi di risoluzione delle cause per guadagnare lo 0,8% del Pil l’anno. Secondo il rapporto Doing business 2012 della Banca mondiale, i difetti della nostra giustizia civile ci fanno perdere l’1% di Pil l’anno; e in riferimento ai tempi e all’efficacia di risoluzione dei contratti civili, il nostro Paese è posizionato al 158esimo posto su 183. Sempre secondo la Banca mondiale in Italia ci vogliono in media 1210 giorni per tutelare un contratto contro i 518 giorni dei paesi Ocse. Il nostro Stato spende per la giustizia circa 70 euro per abitante a fronte dei 56 della Francia, dove la durata media di un processo civile è della metà . Dieci anni di durata media per i fallimenti, e la giustizia tributaria non è da meno. La spesa pubblica complessiva per i tribunali e per le procure supera i 7,5 miliardi di euro l’anno ed è la seconda più alta in Europa, dopo quella della Germania». Ecco, in questo contesto sarebbe da chiedersi (se non fosse superfluo) come mai Monti, tanto preoccupato di conquistare la fiducia dei capitali stranieri, si dimentica poi un “dettaglio” così importante. «Almeno dal punto di vista economico – provoca Testa – riusciamo a capire che l’amnistia riporterebbe alla normalità  i tribunali intasati e senza risorse economiche, costosi e non operativi, e ridarebbe fiducia agli investitori esteri?». 
In questi ultimi sette anni, più volte Napolitano ha fatto notare che la condizione detentiva «ci umilia in Europa» e che la questione giustizia è di «prepotente urgenza civile e costituzionale». Eppure di amnistia nessuno vuole parlare. A cominciare dal ministro Severino. Anche nel 2005 sembravano tutti d’accordo ma oggi molti di coloro che marciarono per l’amnistia «nemmeno rispondono al telefono – conclude laconicamente Testa – nemmeno per spiegarci come e perché hanno cambiato idea. Beppe Grillo, per esempio, stiamo ancora aspettando che ci richiami».


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