Alla vigilia del 15M Rajoy prepara leggi fascistissime

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Ma c’è dell’altro. Come se non bastassero le misure di «austerità » sotto dettatura delle autorità  comunitarie, l’esecutivo spagnolo vuole fare di tutto perché il dissenso sociale crescente non disturbi il manovratore. E quindi lancia segnali inequivocabili ai sindacati e ai movimenti che, da mesi, gli danno del filo da torcere. 
Con il pretesto di reprimere i «comportamenti violenti» in occasione delle manifestazioni, il governo del Pp ha annunciato una serie di provvedimenti finalizzati, da un lato, all’inasprimento delle pene per disobbedienza e resistenza a pubblico ufficiale e, dall’altro, alla criminalizzazione dei promotori di cortei o sit-in che sfocino – per qualunque motivo – in incidenti. Con le eventuali nuove norme, cioè, un gruppo di indignados che convoca attraverso la rete una concentrazione in una piazza che poi degenera in scontri (provocati magari da persone estranee al movimento), rischierebbe di essere considerato come un’«associazione a delinquere» di stampo terroristico. E se un iscritto ad un sindacato o un partito rompe una vetrina o incendia un cassonetto, a risponderne penalmente sarebbero anche tali organizzazioni in una sorta di «responsabilità  oggettiva».
Per ora sono solo intenzioni, dal momento che l’iter legislativo deve ancora cominciare e nulla è stato scritto nero su bianco. Ma i semplici annunci sono bastati a suscitare dure reazioni. Opposizioni di sinistra, giuristi progressisti ed esponenti dei movimenti sono concordi nel ritenere che la destra voglia riportare la gestione dell’ordine pubblico sostanzialmente ai tempi del franchismo. 
Nel mirino dei critici, ad esempio, l’aumento della pena per resistenza a pubblico ufficiale, che avrebbe come conseguenza la possibilità  di ordinare la custodia cautelare della persona fermata. Il rischio è che attivisti considerati «pericolosi» finiscano in prigione come misura preventiva: un evidente abuso del diritto penale, «con lo scopo di dissuadere la cittadinanza dall’esercitare i propri diritti fondamentali», come dichiara José Luis Ramà­rez, portavoce di Jueces para la Democracia (la Md spagnola). Analoghi giudizi severi vanno all’ipotesi di equiparare la resistenza passiva non-violenta all’aggressione: il partecipante ad un sit-in sarebbe punito come chi usa la forza contro un pubblico ufficiale, e cioè con una condanna fino a quattro anni di carcere. In un paese dove già  oggi la popolazione reclusa è la più alta d’Europa in relazione alla popolazione.
La volontà  di «riformare» il codice penale è una prova del nervosismo del governo di Rajoy, che vede crescere le proteste e calare i consensi (secondo i più recenti sondaggi) poco più di cento giorni dopo l’investitura. S’inserisce perfettamente in questo quadro la decisione di sospendere la vigenza del trattato di Schengen sulla libera circolazione in Europa in occasione del prossimo vertice della Banca Centrale Europea, che si terrà  il 2 e 3 maggio a Barcellona. E a turbare i sonni del ministro degli interni Jorge Fernà¡ndez Dà­ez c’è anche l’avvicinarsi dell’anniversario della prima acampada del movimento 15-M (maggio) nella Puerta del Sol di Madrid, un appuntamento che gli indignados utilizzeranno per tornare in piazza, con una partecipazione che si prevede molto alta in tutto il paese.


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