Candidati bocciati, Egitto nel caos

Tre dei dieci candidati esclusi avrebbero potuto diventare il prossimo presidente egiziano. Adesso hanno due giorni per dimostrare che la commissione elettorale si è sbagliata. Omar Suleiman, spia in capo e vicepresidente di Hosni Mubarak, deve provare di aver raccolto in modo regolare le firme sufficienti nelle quindici province per presentarsi al voto del 23 e del 24 maggio. Khairat al Shater, scelto dai Fratelli Musulmani, deve spiegare che sì è stato in carcere fino a marzo del 2011 ma imprigionato da un regime caduto a furor di rivoluzione. Hazem Abu Ismail, rappresentante dei gruppi salafiti, deve convincere i saggi che sua madre è americana ma lui sta nel cuore degli egiziani.
Le decisioni di Faruk Sultan, presidente della commissione, rispettano la legge, non le ansie e le tensioni di un Paese che un anno e mezzo fa ha vissuto diciotto giorni di rivolta che ancora non si sono esauriti. Anche Ayman Nour, il primo politico ad aver osato affrontare il candidato unico Mubarak alle presidenziali, è stato escluso perché è stato in prigione e deve aspettare sei anni per presentarsi. La giunta militare, che governa il Paese dalla cacciata del leader al potere tra il 1981 e il 2011, ha restituito a Nour i diritti politici, la giustizia amministrativa no.
Suleiman, al fianco di Mubarak anche nelle immagini televisive fino alle ultime ore, ha deciso di entrare nella sfida per contrastare i candidati islamisti: insieme i partiti religiosi hanno accumulato il 70 per cento dei seggi nelle prime elezioni parlamentari dopo la caduta del regime. Generale dell’intelligence militare, era il candidato dell’esercito, degli ufficiali che non vogliono perdere i buoni affari (le forze armate rappresentano e gestiscono un’economia parallela). Aveva sorpreso gli osservatori perché era riuscito a raccogliere le 30 mila firme necessarie in meno di quarantotto ore, giusto in tempo per presentarsi.
Come per gli esclusi, la corsa resta tra personaggi legati al vecchio regime e capi islamisti che per decenni sono rimasti fuori dalla politica. Amr Mussa, già  ministro degli Esteri per Mubarak e segretario generale della Lega Araba, dovrebbe affrontare Mohamed el Mursi, la seconda scelta dei Fratelli Musulmani, e Abdel Moneim Abul Fotuh espulso dalla Fratellanza un anno fa per le posizioni troppo liberali. Ahmed Shafik, l’ultimo primo ministro nominato da Mubarak vorrebbe essere il primo presidente eletto dopo di lui.
La decisione della commissione elettorale rischia di riportare in strada i manifestanti. Il palazzo dove i saggi si sono riuniti è stato assediato per ore da sostenitori di Abu Ismail che temevano la messa al bando del loro candidato. Diaa Rashwan, ricercatore al centro Al Ahram, spiega al New York Times che i disordini e le proteste potrebbero in realtà  essere causati solo dai salafiti. Le altre esclusioni — dice — sono politicamente bilanciate e colpiscono sia i volti del passato che i concorrenti islamisti.


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