Quella notte di neve e stelle in cui cominciò l’assedio

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Ricordo molto bene quella sera, vent’anni fa. C’erano molte stelle e molta neve intorno. Giorni prima s’era sparato qualche colpo in aria, Sarajevo era inquieta, ma in un conflitto ancora non credeva. Era un’eventualità  irreale, come se Roma potesse dichiarare guerra a Bologna. Con la presa di Vukovar in Croazia, la fiammata sembrava essersi esaurita, l’Europa aveva benedetto l’indipendenza della Bosnia, s’era fatta festa, e quelle raffiche sui monti erano sembrate la solita, vanagloriosa baraonda balcanica. Molti giornalisti se n’erano andati, il fiume spumeggiava, i caffè funzionavano, la primavera era nell’aria. Solo pochi s’erano resi conto che le alture brulicavano di armati, postazioni da mortaio, nidi di cecchini, trincee. La massa ancora ignorava che l’esercito jugoslavo si era concentrato in Bosnia per finire il suo lavoro. La città  era piombata in uno stato di strana cecità  collettiva. Quella sera andai dunque a cena con la collega bosniaca Azra Nuhefendic sopra il quartiere di Vraca, nella taverna di un suo conoscente, il serbo Mladen Novakovic, che ci accolse con cordialità . Mangiammo e bevemmo, la città  luccicava sotto di noi. Ma era tutto molto strano. La locanda era popolata di soli serbi maschi. Era come se le etnie si fossero spartite in base all’altimetria. Una massa di serbi era salita in alto, lasciando le loro case sul fiume, mentre i cosiddetti musulmani (tali di cultura più che di fede) erano rimasti in basso, ignari nella posizione più indifendibile. Poi squillò il telefono, Mladen rispose, parlò concitatamente, e l’aria cambiò. Noi non lo sapevamo, ma era arrivato l’ordine, l’assedio iniziava. Novakovic parlottò con gli altri serbi che si dispersero, poi si offrì di accompagnare noi due in città . Dissi che no, la notte era bella, volevo scendere a piedi, ma lui insistette che era meglio così. Guidò velocissimo fino oltre il fiume, ci sbarcò e tornò sgommando sul monte.
Il giorno dopo arrivarono i primi colpi di mortaio, e Sarajevo rimase ancora paralizzata nella sua incredulità . Alcuni ponti divennero intransitabili a causa dei cecchini e in pochi giorni il fronte che avrebbe diviso per tre anni la città  divenne fatto compiuto, ma ancora ci fu chi scommise su “un fuoco di paglia”. Solo a maggio, quando arrivarono notizie di stragi da altre zone, cominciammo a capire che c’era la guerra, constatammo che Mladen era diventato il nemico di Azra per un ordine venuto dall’alto, e ci adeguammo a cose ovvie come camminare rasente ai muri e dormire sui lati sicuri delle case. Capimmo soprattutto che l’assedio era stato preparato a lungo, e finalmente rileggemmo nel modo giusto i mille segnali della vigilia. E quando a luglio andai a Belgrado, ebbi l’oscena conferma. I mercatini dell’usato erano pieni di cose bosniache. Persino i settimanali rigurgitavano di inserzioni su automobili, stanze da bagno, bestiame, televisori. Un improvviso fiume di refurtiva macchiata di sangue arrivava dalla Bosnia ed ecco che la guerra si svelava per quello che era: una scusa per rendere possibile il saccheggio e assolvere patriotticamente l’assassinio. La banalità  assoluta del male.
Ecco perché non l’avevamo sentita arrivare, la guerra. Non c’entravano niente la nazione, la religione, il sacro suolo. Lo scontro etnico e tribale era una fandonia per i giornali stranieri. La verità  era che un’accolita di politici-ladri, di fronte alla bancarotta della Jugoslavia, aveva intuito di poter trovare nella guerra un’occasione unica: evitare la resa dei conti e persino di rubare di più, raschiare il barile fino in fondo. La pluralità  culturale della Bosnia era perfetta allo scopo. Un ottimo materiale incendiario. Ero davanti a un’evidenza sconvolgente, un teorema del comportamento umano. Quanto accadeva nei Balcani non era una cosa balcanica, ma europea. Era la dimostrazione che qualsiasi potere cerca di trasformare in scontro etnico quello che altrimenti sarebbe un confronto politico-sociale che lo spazzerebbe via. Conclusione: avevano vinto i ladri. E difatti la guerra è finita solo quando non c’è stato più da rubare.
Per l’ultimo Bajram, il natale musulmano, sono tornato a Sarajevo – la mia città  dell’anima – e ho provato a chiedere alla gente chi è oggi il “nemico”. Nessuno ha evocato gli assedianti di ieri, i serbi. Uno ha detto: «Il nemico è la mafia al governo, i figli dei borsaneristi». Un altro: «La burocrazia parassitaria, passata allegramente dal comunismo al nazionalismo e poi al qualunquismo affarista». Il terzo ha risposto «Una banda di sanguisughe che taglieggia anche gli aiuti umanitari, fottendosene delle vedove di guerra e dei reduci». Su una cosa erano tutti d’accordo: il paese è allo stremo come se la guerra fosse finita ieri, e non nel 1995. E hanno concluso: «Voi non avete capito niente vent’anni fa e non capite niente oggi. Questa celebrazione non ha senso, serve al vostro pietismo, e a perpetuare l’idea di una Bosnia che non esiste più». Tutto come prima eccetto il sangue. Già , non può finire una guerra che non è mai stata guerra, ma imbroglio.


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“È una crisi senza fine il regime ucciderà  ancora”

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«Sarà  una crisi lunga. E sanguinosa. Nessuno può prevedere come finirà , ma sappiamo di certo che il regime di Bashar al Assad ha mostrato la sua vera faccia: quella di un gruppo di assassini. L’attuale presidente non è diverso dal padre, un massacratore a sangue freddo: e farà  di tutto per non perdere il potere. Di tutto». Il parere di Fouad Ajami è di quelli che pesano sulla scena della politica internazionale: professore alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies, è uno degli analisti più ascoltati della scena americana, columnist fisso di Time, Wall Street Journal e New York Times.

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