Sarajevo, la generazione della Pace

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SARAJEVO- La Casa dello studente, verso le sette di sera, è affollatissima e piena di fumo. È il posto migliore per vivere a Sarajevo se uno non ha troppe pretese, dice Edin. Con trecento marchi al mese hai un letto, colazione pranzo e cena. In più alcuni cantoni, come il suo – Edin viene da Zenica – , pagano parte della retta. C’è uno studente che ci vive da dodici anni, ha preso prima una laurea in ingegneria, poi una seconda laurea, ora sta per finire un master ma esita. Dove andrebbe, poi? Lavoro, in Bosnia, non se ne trova. «Qui non funziona quasi nulla e comunque subito devi dire a che etnia appartieni: musulmano, croato o serbo – dice Edin. Da questo dipende anche se ti daranno un lavoro. Tutto è rigorosamente contingentato. Perfino al concorso europeo per cantanti, o a quello per Miss Bosnia, se quest’anno ha vinto un musulmano il prossimo dovrà  vincerlo un croato e poi un serbo». La Bosnia è ancora quell’impalcatura incredibilmente complicata concordata a Dayton 17 anni fa pur di fermare i bombardamenti. È divisa in due, con i serbi che vivono prevalentemente nella Republika Srpska e musulmani e croati nella Federazione, a sua volta divisa in 10 cantoni. La capitale Sarajevo è sul confine, alcuni quartieri periferici fanno parte della Republika Srpska. Siccome entrambe le parti (o meglio tutt’e tre) vogliono aver a che fare con le altre il meno possibile, il paese è politicamente ed economicamente paralizzato, e un numero mostruoso di parlamentari e ministri ingoia la maggior parte del denaro pubblico.
Anche Edin è alla sua seconda laurea. Prima ha studiato ingegneria, solo per far contenti i genitori, poi ha deciso che la sua passione erano la filosofia e la letteratura comparata. Si è letto tutto il Corano, e gli ha dato molta soddisfazione. Poi ha letto anche la Bibbia, però in biblioteca non l’aveva trovata, se l’era fatta prestare da un’amica croata, che era stata molto contenta di prestargliela, le era sembrato un gesto che rafforzava la loro amicizia. Edin a dire la verità  all’inizio non si era sentito molto a suo agio a leggerla nella biblioteca della moschea, ormai ci sono troppi radicali dappertutto. 
Insieme a Edin ci sono Adna e Fatima, anche loro originarie di Zenica. «Fra noi c’è una differenza di solo cinque o sei anni, ma bastano perché le nostre percezioni siano completamente diverse – dice lui. Io non posso passare davanti alla Biblioteca Nazionale senza pensare a quel rogo terribile che vidi alla televisione, dalla Slovenia, dov’ero profugo insieme ai miei genitori. La biblioteca l’avevo vista con i miei occhi, quando i miei mi avevano portato in visita a Sarajevo, e vederla bruciare mi fece una grande impressione». «Per me invece la guerra è una cosa del passato», dice Adna. «Vedo i segni delle bombe sui muri, le pietre rosse orami sbiadite messe dove le granate hanno ammazzato la gente, ma emotivamente mi è presente solo nel rapporto con i miei genitori. Per loro, la vita è divisa in due: c’è sempre un prima e un dopo. Degli anni di guerra parlano poco, a meno che non gli faccia una domanda diretta». Sì, anche lei, come quasi tutti i suoi amici, è diventata più religiosa. Edin una birra ogni tanto la beve, ma lei no. A volte per rispetto di chi ha vicino. Per esempio un suo cugino di Sarajevo, che aveva passato tre anni in trincea, per parecchio tempo per allontanare i ricordi della guerra non faceva che bere. Poi ha trovato conforto nella religione e ha smesso, l’anno scorso è stato perfino alla Mecca. Ora è una persona normale, fa l’allenatore di tennis. Come lui tanti a Sarajevo dopo la guerra sono tornati alla religione, dà  un senso di appartenenza. Le moschee sono piene. «Anche a casa mia, dove la religione non era mai stata molto importante, facciamo il ramadan – dice Fatima – e la sera invitiamo anche i nostri vicini croati a festeggiare. Siamo dei moderati, io vado in giro a testa scoperta, non mi sognerei di mettermi il velo». 
Sulla Mehmed Pase Sokolovica gruppi di bambini escono dalla scuola cattolica. Una amica, rigorosamente laica con un marito bosnià co (come si definiscono oggi i bosniaci di origine musulmana) ha iscritto qui i due figli di cinque e sette anni: non solo è un’ottima scuola, dice, ma è la sola dove sia permesso saltare l’ora di religione – ormai è obbligatoria in Bosnia fin dall’asilo – e scegliere per esempio etica. E dove i bambini hanno lezioni di educazione sessuale. Nonostante qualche mugugno delle gerarchie cattoliche. La scuola (gratuita, anche se privata, qui diverse scuole sono private ma non pretendono una retta) è diventata la più ambita di Sarajevo, ricercata da tutti coloro che vogliono che la religione resti un fatto privato e non un affare di Stato.
Il sole già  primaverile riscalda i caffè sulla Basciarsia, qualche gruppetto di visitatori si sofferma davanti alle botteghe di legno scuro lasciate da secoli di dominazione ottomana. Zoran, la guida, 23 anni, spiega che quello che successe veramente vent’anni fa non lo sa più tanto bene, ma grosso modo si può dire che sia andata così: quattro repubbliche – Slovenia, Croazia, Macedonia e Bosnia-Erzegovina – volevano l’indipendenza dalla Jugoslavia, le altre due – Serbia e Montenegro – glielo volevano impedire. «E allora – dice – tutti hanno cominciato a spararsi. Io avevo quattro anni». I tetti sventrati delle botteghe ottomane sono stati rifatti, anche i palazzi viennesi vicini sono stati restaurati, e se si cammina ancora qualche centinaio di metri fino a quello che durante la guerra si chiamava il viale dei cecchini si vedono i palazzoni dell’epoca di Tito rilucere di nuovi colori brillanti. Bastano pochi passi a Sarajevo per ripercorrere secoli di storia complicata.
In una di queste case del centro viennese viveva anche Ognjen, prima della guerra, poi i genitori scapparono a Bjeline. Ora è tornato a Lukavica, la parte srpska di Sarajevo. Saliamo con un taxi sulla collina ripida da dove piovevano un tempo le granate e Karadzic lanciava i suoi proclami. Non ci sono segnali che indichino l’ingresso nella Republika Srpska, solo l’insegna che il cantone di Sarajevo finisce qui. La neve che quest’anno era caduta in abbondanza si è sciolta e spuntano i primi bucaneve gialli. I pochi serbi che vengono in città  lavorano tutti in impieghi amministrativi (dove sono obbligatorie le quote per le diverse etnie) e la sera tornano a casa loro. La guerra ha eretto muri invisibili. Ma lui, dice Ognjen, a Sarajevo ci va spesso, a sentire i concerti; e col suo coro di giovani collabora con il più antico coro di Sarajevo, il Prolèter, che ha mantenuto questo nome dalla fine dell’800. Ognjen aveva un progetto, suonare la Sinfonia d’Oriente dedicata dal compositore Slovensky a tutte le etnie, ma nessun cantone gli ha dato i fondi e l’Europa li dà  solo quando partecipano le autorità  locali. Così non se n’è fatto di nulla. Al ritorno ci fermiamo al caffè SOS, che è stato sempre aperto durante i 1400 giorni di assedio e dove il proprietario, Mustafa, non si stanca di raccontare che lì, la notte del 5 aprile di vent’anni fa, si era festeggiato con canti e balli un matrimonio (“misto”). E che erano ancora tutti mezzi sbronzi quando la mattina arrivò la notizia che, sul ponte, i cecchini avevano ucciso due donne, una musulmana e una croata, che manifestavano per la pace insieme a migliaia di persone venute da tutta la Bosnia.


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