Si dimette il primo ministro Awn Khassawne

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Le parole del blogger giordano Nasim Tarawnah sono poco rassicuranti. «Il Parlamento di questo paese mi ricorda il Mar Morto – ha scritto – è il punto più basso della superficie terrestre, in esso nessuno organismo può sopravvivere e arretra ogni anno che passa». Una metafora che potrebbe riguardare buona parte della vita politica e istituzionale del regno hashemita. Giovedì per la terza volta in un anno, re Abdallah ha costretto alle dimissioni il primo ministro senza lasciare intravedere una reale volontà  di cambiamento. Ne è una conferma la decisione di richiamare alla guida del governo l’ex premier Fayez Tarawneh al posto di Awn Khassawne che, lo scorso ottobre, era stato presentato come l’uomo della provvidenza, capace non solo di rilanciare l’economia e di circoscrivere il malcontento popolare cresciuto sull’onda delle rivolte arabe, ma anche di coinvolgere in un concreto processo di riforme le forze dell’opposizione. Senza esagerare però, badando prima di tutto a non mettere in discussione la politica estera della monarchia alleata di ferro degli Stati Uniti, impegnata in una stretta cooperazione di sicurezza con Israele e ora schierata contro il regime siriano. 
Gli hashemiti certo non peccano di intelligenza. Ogni volta che monta la protesta, il re spinge il premier a dimettersi per dare, in apparenza, un segnale di cambiamento. Così il salvatore della patria Khassawne in un attimo si è trasformato in un nemico del «processo di riforme». Secondo il quotidiano al-Quds al-Arabi, re Abdallah ha spiegato ai suoi collaboratori di «aver accettato» le dimissioni del premier perchè «ha rallentato le riforme negli ultimi sei mesi». In poche parole a Khassawne sono state addossate tutte le responsabilità . Ad Amman però sanno bene che il premier ha solo eseguito le indicazioni della monarchia, interessata a varare riforme superficiali senza scardinare l’alleanza «sacra» con quei «giordani originali» (in molti casi beduini) che in cambio di potere, onori e fondi, garantiscono la stabilità  del regno. Non a caso Khassawne si è guardato bene dal proporre riforme per garantire pieni diritti ai palestinesi, la maggioranza della popolazione (ma è vietato dirlo), che in buona parte vivono nell’incertezza, con una cittadinanza di serie B, nel perenne pericolo di perdere i pochi diritti acquisiti.
La monarchia in realtà  ha ben poco da rimproverare al premier dimissionario che ha agito nel rispetto delle indicazioni che arrivavano da re Abdallah. La linea è stata: riforme a parole, conservazione nei fatti. E Khassawne negli ultimi sei mesi non ha messo in discussione le leggi speciali che hanno consentito, anche di recente, di incarcerare blogger e attivisti accusati di aver «diffamato» re Abdallah solo per aver denunciato l’ambiguità  della monarchia sul terreno delle riforme. Ad un certo punto il premier ha anche fatto delle aperture al Fronte d’azione islamico – i Fratelli musulmani giordani – in linea con una «primavera araba» che ha favorito l’ascesa in Nordafrica e Medio Oriente degli islamisti duramente repressi fino a poco più di un anno fa da regimi e dittatori. Salvo poi ingranare una plateale retromarcia che è sfociata in una bozza di legge elettorale peggiore persino di quella in vigore che favorisce i piccoli centri sulle città  più grandi e, quindi, i «giordani originali» sul resto della popolazione.
In apparenza la nuova legge porta delle novità , a cominciare dall’aumento della rappresentanza femminile in Parlamento. In realtà  aggiunge ulteriori restrizioni alle possibilità  delle forze dell’opposizione molto forti ad Amman e nei grandi centri. Secondo il nuovo sistema i votanti sarebbero chiamati a depositare nelle urne tre schede: due per le candidature individuali e la terza per un partito o una coalizione. Così le opposizioni non potranno conquistare più di 1/3 del Parlamento visto che le candidature individuali si concentreranno in circoscrizioni elettorali «blindate», fedeli alla monarchia. È chiaro che Khassawne non può avere concepito la legge tenendo all’oscuro re Abdallah. Ma quando gli islamisti e le altre opposizioni hanno protestato con forza, il monarca hashemita ha subito addossato ogni responsabilità  sul premier. «Il re però non se la caverà  nominando un nuovo premier – prevede Labib Kamhawi, un analista politico – la piazza vuole riforme vere e non smetterà  di chiederle».


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