Silenzio SI RIMPATRIA

Clic. Uno scatto rubato in aereo, e le modalità  con cui vengono espulsi gli immigrati dall’Italia (e non solo) finalmente diventa un fatto nazionale. È stato un filmaker italiano, Francesco Sperandeo, a compiere il miracolo. L’altroieri mattina si trovava sul volo di linea Alitalia Roma-Tunisi delle 9,20. Assiste, come tutti gli altri passeggeri, a una scena agghiacciante. Due uomini con la bocca tappata dal nastro adesivo, circondati da quattro persone in borghese, seduti in fondo all’aereo, evidentemente poliziotti. Sperandeo si avvicina per protestare, chiedendo che vengano trattati in modo più umano: «Torni al suo posto, è una normale operazione di polizia». Protesta anche qualche altro passeggero, ma non contro i poliziotti, bensì contro il ragazzo italiano: vogliono che il volo decolli in orario. Tutti gli altri? Indifferenti. Ma il videomaker non si da per vinto, torna al suo posto ma al momento buono scatta la foto. Vuole documentare. Atterrato in Tunisia posta la foto rubata – in cui si vede benissimo lo scotch da pacchi sulla bocca di un immigrato, con una mascherina sanitaria calata sul petto – su Facebook. In poche ore quell’immagine raggiunge un migliaio di persone e viene rilanciata dai siti di informazione. Scoppia il caso. 
Piovono le dichiarazioni dei politici. Da Gianfranco Fini, a Livia Turco, da Paola Binetti a Rosy Bindi, fino all’attuale ministro della Cooperazione Andrea Riccardi. Tutti scandalizzati, a chiedere che un fatto del genere non si ripeta più e domandare che siano fornite «spiegazioni». Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha raccolto l’invito di diversi deputati, a partire da Giacchetta del Pd perché «il governo risponda con la massima urgenza sulla vicenda dei cittadini tunisini rimpatriati in aereo da Roma, fotografati da un passeggero con le bocche tappate dal nastro adesivo, polsi e caviglie stretti da fascette di plastica». L’ex ministro della Solidarietà  sociale Livia Turco si dice «sconcertata». «Anche se i rimpatri sono necessari devono essere effettuati nel rispetto della dignità  umana». Secco il ministro Riccardi: «Le persone vanno sempre trattate bene». 
Giusto. È un peccato però che questa vicenda venga rappresentata al grande pubblico come un errore madornale commesso da quattro cattivi poliziotti. Poiché – come sanno benissimo gli autorevoli politici che chiedono spiegazioni – da sempre le espulsioni coatte vengono praticate utilizzando metodi coercitivi che vanno ben aldilà  di quanto previsto dagli standard internazionali, la cosiddetta forza utilizzata «nel limite del ragionevole». I tavoli dei ministeri sono (o almeno dovrebbero) essere pieni dei rapporti delle associazioni e delle ong che da lustri denunciano il problema. A partire da Amnesty International, che alla questione dei metodi coercitivi utilizzati nelle espulsioni in Italia dedicò un intero dossier nel 2005. La questione dei metodi di coercizione utilizzati durante le espulsioni non è certo un problema solo italiano. Qualcuno forse ricorderà  il nome di Semira Adamu, a cui oggi sono dedicate diverse strutture per la protezione delle donne in tutto il mondo: Semira aveva 20 anni, era nigeriana, morì nel settembre del ’98 perché la polizia belga le schiacciò la testa contro un cuscino nel tentativo di far partire il volo che la doveva riportare a casa sua. Dove la aspettava, tra l’altro, un matrimonio forzato con un sessantenne di cui sarebbe stata la quarta moglie, e a cui lei si era ribellata. Una storia orrenda, si disse mai più. Invece sono continuati i casi di violenza nei confronti dei migranti che rifiutano l’imbarco. Esistono delle raccomandazioni internazionali, e alcuni paesi hanno adottato delle leggi sulle «regole di ingaggio» in caso di espulsioni e situazioni simili. Non l’Italia, che comunque ha dei Protocolli interni che – ovviamente – vietano di mettere lo scotch sulla bocca di una persona. Però succede.
Ieri sera il dipartimento di polizia ha diramato un comunicato in cui dà  una spiegazione a quanto accaduto, e che relega la vicenda nella sfera dell’eccezionale. Il Dipartimento informa che i due uomini – «probabilmente algerini» – non sono stati espulsi, ma tecnicamente «respinti alla frontiera». Erano arrivati il 15 aprile con un volo Roma-Istanbul. Ma avrebbero provato ad allontanarsi dallo scalo aeroportuale e si sarebbero rifiutati per ben due volte di salire sia sul volo per la Turchia che su uno per la Tunisia. Al terzo tentativo di respingimento è stato deciso l’accompagnamento verso il paese di partenza – come è regola in questi casi – ma i due uomini hanno di nuovo resistito, si sono morsi la bocca. Usciva sangue, fattore «contrario alla sicurezza», e per questo gli è stata applicata una mascherina sanitaria. «Fissata con lo scotch». Il capo della polizia ha chiesto una «relazione dettagliata» all’Ufficio della polizia di Frontiera.


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