Cuba insiste: troveremo il petrolio

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Il sogno petrolifero di Cuba non è finito. È quanto mette in chiaro il governo dell’Avana con una secca «Nota informativa» pubblicata ieri sul quotidiano del partito comunista Granma. La settimana scorsa, infatti, la compagnia petrolifera spagnola Repsol aveva dichiarato ufficialmente di ritirarsi dalle prospezioni petrolifere off-shore dell’isola, dopo che il pozzo esplorativo perforato nelle acque cubane antistanti all’Avana era risultato «secco» e dopo aver «speso 150 milioni di dollari» nella perforazione.
La «fuga» della Repsol era stata una vera e propria doccia gelata gettata sulle speranze del governo del presidente Raul Castro di poter garantire in un prossimo futuro non solo l’indipendenza energetica dell’isola (oggi fortemente dipendente dalla forniture garantite dal Venezuela, 100 mila barili al giorno), ma anche di poterne rivitalizzare l’economia in un periodo di crisi. Non solo. 
Nella decisione della Repsol potevano essere lette implicazioni «politiche» contro Cuba. La compagnia spagnola, in cordata con la Statoil norvegese e la ONGC indiana, aveva l’opzione di perforare un altro pozzo nelle acque della Zona di esclusività  economica cubana (Zee, un’area di 112 mila chilometri quadrati nelle acque del Golfo del Messico). Ma il presidente della Repsol, Antonio Brufau, era stato lapidario nel rifiutare questa ipotesi, affermando che la compagnia preferiva concentrarsi nella ricerca di greggio in Angola e in Brasile. In molti hanno visto in questo atteggiamento un riflesso sia della nuova politica del governo spagnolo guidato dalla destra di Rajoy (più disposto dei socialisti ad accettare le pressioni della Casa bianca), sia la risposta politica della compagnia spagnola dopo che il governo argentino aveva nazionalizzato la compagnia YPF, succursale locale della Repsol, e dopo che Cuba aveva applaudito e sostenuto tale misura.
«Il fatto che un pozzo sia andato a vuoto non significa che nella Zee cubana non vi sia petrolio. Secondo l’Istituto geologico degli Usa in questo bacino vi sarebbero 5 miliardi di barili di greggio» (le stime della Cubapetrolio arrivano fino a 20 miliardi di barili,ndr), aveva commentato Jorge Pià±à³n, esperto dell’Università  del Texas, che, implicitamente, confermava la tesi di una scelta «politica» della compagnia spagnola.
La decisione della Repsol «in nessuna forma annulla le prospettive della Zona di esclusività  economica cubana, uno dei principali bacini produttivi di petrolio a livello mondiale, con alta potenzialità  di nuove riserve di idrocarburi», afferma la nota del governo cubano. Il quale informa che le prospezioni continuano: «La piattaforma (semisommersa) Scarabeo 9 (dell’italiana Saipem, l’unica che può operare in queste acque perché utilizza meno del dieci per cento di tecnologia made in Usa e dunque non viola l’embargo cinquantennale imposto da Washington contro Cuba, ndr) utilizzata dalla Repsol è stata spostata al pozzo Catoche 1X al nord della provincia di Pinar del Rio (occidente dell’isola,ndr) dove ha iniziato a perforare dal 24 maggio per conto della compagnia petrolifera malese PC Gulf assieme alla compagnia russa Gazpromneft. Una volta conclusa questa perforazione, la Scarabeo 9 verrà  ulteriormente spostata al pozzo Cabo de San Antonio 1X operato dalla PDVSA (Petroleos de Venezuela SA)».
Dunque, le speranze di poter trovare importanti giacimenti di petrolio non sono per nulla sfumate. Ma, di certo, i tempi si allungano, proprio mentre il governo del presidente Raùl è impegnato in una riforma economica e sociale destinata a cambiare volto al socialismo cubano – in sostanza, meno Stato (che però mantiene fermamente il ruolo di regolatore) e più spazio alle cooperative e ai privati. Per rivitalizzare la depressa economia cubana sono necessari massicci investimenti di capitali che, ovviamente, lo Stato cubano non possiede. E che la certezza di avere a disposizione, anche se in un prossimo futuro, ricche risorse di greggio renderebbe più probabile reperire all’estero.
Il governo del presidente Raàºl , si è detto favorevole a un’apertura nei confronti di investimenti esteri, annunciando nuove joint venture, l’apertura di nuove «Zone economiche speciali» nell’isola, di progetti di costruzione di campi da golf e «Marine» (complessi turistici e residenziali) e di fabbriche. Ma ha anche messo in chiaro che intende operare «rigidi controlli» sul tipo di economia che si sviluppa nell’isola e dunque su come operano le compagnie straniere. Non solo, il governo è impegnato in una vasta e drastica campagna contro la corruzione che investe anche l’operato di compagnie miste. Di fatto, queste scelte politiche hanno comportato una riduzione (almeno quantitativa) delle compagnie estere che operano nell’isola. Il ministro del Commercio e degli investimenti, Rodrigo Malmierca, ha informato che sono stati conclusi circa 240 progetti di investimenti stranieri (nel 2009 erano 258 e dieci anni fa circa 700).


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