Il ritorno dell’utopia

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Vorrei analizzare la recente convergenza di significato tra “Oriente” e “Occidente” collegando strettamente tra loro tre accadimenti sociali che hanno sconvolto le routine mondiali e alimentato l’immaginario collettivo globale: la campagna di Obama per le elezioni presidenziali, la rivoluzione egiziana, e il movimento di Occupy Wall Street. Questi movimenti andrebbero interpretati non solo politicamente, come battaglie per il potere, ma anche come sconvolgimenti simbolici. 
Ponendosi come vere e proprie eruzioni di possibilità  utopiche fondate sulla componente emotiva, queste vicende hanno proiettato speranze in decine di milioni di spettatori che, immedesimandosi, hanno assistito dall’esterno. Così la ripetizione di una performance utopica, negli ultimi decenni, è diventata una sorta di arco narrativo nonché una struttura culturale fortemente radicata nella società  civile globale. 
L’ideale utopico di una comunità  solidale fatta di cittadini autonomi e al contempo mutualmente responsabili ha costituito il fulcro della modernità  occidentale fin dall’epoca delle Città -Stato del Rinascimento. Con le rivoluzioni del Diciassettesimo e Diciottesimo secolo in Inghilterra, America e Francia, l’immaginario civile si è cristallizzato in rivoluzioni democratiche che hanno fatto delle comunità  di cittadini costituzionalmente regolate e autogovernantesi i nuovi attori regolatori dei rispettivi stati di appartenenza.
Con la nascita del capitalismo industriale a metà  del Diciannovesimo secolo, i programmi per la democrazia politica sono stati gradualmente rimpiazzati dalla “questione sociale”, focalizzata sulle disparità  di ceto e che spingeva più per il socialismo che per la democrazia. Gli sforzi volti a contenere i danni del capitalismo industriale e dell’imperialismo hanno imposto la creazione di imponenti burocrazie statali. E sull’onda di questi nuovi e pressanti interessi, l’imperativo della società  civile è stato spesso messo da parte. 
Nel 1981, con grande sorpresa degli intellettuali liberali, radicali e conservatori, il movimento di Solidarnosc è comparso in Polonia. È stato represso l’anno dopo, ma i dieci anni che l’hanno seguito hanno mantenuto il suo ideale di società  civile democratica come obiettivo radicale e fonte di ispirazione rivoluzionaria. Questa prima fase di movimenti per la società  civile globale è culminata nel 1989, quando le dittature comuniste sono cadute una dietro l’altra di fronte alle non violente rivoluzioni di velluto.
Negli ultimi tempi, questa parabola narrativa si è proiettata ancora una volta. Tutto è iniziato con l’effervescenza sia in patria che all’estero della campagna di Obama per le elezioni presidenziali del 2008, passando per il Nord Africa e il Medio Oriente durante la primavera e l’estate del 2011, per poi occupare Wall Street nell’autunno dello stesso anno. 
L’ascesa di Obama ha incoraggiato decine di milioni di americani a credere e sperare nelle possibilità  unificanti, ugualitarie e liberatorie della sfera civile. L’eccitazione ai comizi di Obama era il segno di “rituali civili carichi di effervescenza democratica”. La persona di Obama è diventata un simbolo iconico che irradiava un’aura di cambiamento radicale. La sua trionfale affermazione indicava il prevalere dell’inclusione sull’esclusione, della solidarietà  sulla frammentazione, la vittoria della giustizia democratica sulla cinica rassegnazione agli abusi di potere. Le difficoltà  che Obama ha incontrato dopo il suo insediamento non devono sorprendere. Le speranze utopiche che la sua campagna elettorale ha incarnato e alimentato non avrebbero mai potuto essere soddisfatte dalla macchina del governo effettivo. E Obama stesso sembra esserne rimasto vittima. 
A poca distanza da quando i repubblicani hanno restituito a Obama la sua testa su un piatto – a novembre 2010, in occasione delle elezioni per il Congresso – la parabola incessante del movimento sociale civile si è estesa al Nord Africa e al Medio Oriente. Come nel caso dell’ascesa di Obama, anche la primavera araba ha costituito un evento assolutamente inaspettato. È stata percepita come un’eruzione vulcanica di aspirazioni pressoché avventate, e pochi credevano che avrebbe avuto un seguito. Malgrado ciò, la rivoluzione dei gelsomini in Tunisia ha innescato tutta una serie di mobilitazioni, e la lava che ne è scaturita si è estesa a Egitto, Libia, Yemen, Giordania, Marocco, Bahrein e Siria. In effetti, nel mondo arabo si è verificata una rivoluzione intellettuale, un’evoluzione politico-culturale interna che, contrapponendosi a occidentalismo, socialismo e islamismo violento, ha cercato di sposare i principi di una democrazia liberale se non addirittura laica.
Ed è stato in Egitto, in Piazza Tahrir, che ha raggiunto simbolicamente il suo apice. A prescindere dagli esiti, come nel caso del movimento Obama e di Solidarnosc prima, gli eventi di Piazza Tahrir hanno proiettato nuovo significato agli occhi dell’opinione pubblica ben oltre i confini dell’Egitto. “La gente vuole la fine del regime”, “La gente vuole lo stato di diritto”: gli slogan di Piazza Tahrir sono risuonati non solo in tutto il Medio Oriente e Nord Africa, ma anche in Europa e America. 
Dopo aver visto un governo occidentale dopo l’altro abbracciare le urgenze restrittive dell’austerità  fiscale, sono scoppiate mobilitazioni di massa a Madrid, Londra, Tel Aviv, Madison. Erano la rivolta della società  civile contro la società  del mercato e della finanza. Tra tutti questi dimostranti, erano frequenti i riferimenti espliciti al modello “Tahrir”. 
Il movimento di “Occupy Wall Street” è stato sorprendente e inaspettato. Il disordinato radunarsi di poche centinaia di manifestanti a Zuccotti Park, inizialmente oggetto di scherno, ben presto ha finito per trasformarsi in un evento sociale catalizzatore. Zuccotti Park non ha cambiato la politica, non ha portato all’elezione di nuovi rappresentanti o a una diminuzione del tasso di disoccupazione. Quel che ha fatto è stato invece dar vita a una forma di potere civile radicalmente più critica ed energica. In più di 150 città  ci sono state repliche di Occupy: Occupy Oakland, Occupy Los Angeles, Occupy Chicago, addirittura Occupy New Haven e Yale. Per fornire supporto e materiale alla protesta si è perfino costituita una coalizione di 70 organizzazioni liberali, il Movimento del Sogno Americano. E ancora una volta la parabola del movimento civile utopico ha superato i confini degli Stati Uniti. A ottobre il New York Times ha scritto che “in Europa, Asia e nelle Americhe erano in atto manifestazioni di emulazione di Occupy Wall Street, che contavano centinaia di migliaia di partecipanti”. È per merito di questa parabola dell’emancipazione civile che adesso sembra che sia cominciata una nuova era.


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