La Spagna verso la resa

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È ormai questione di ore, al massimo di giorni. Secondo fonti internazionali, entro lunedì il governo di Madrid farà  richiesta di aiuti europei per ricapitalizzare il sistema bancario spagnolo. La quantità  di denaro necessaria a risanare entità  piene di attivi tossici, frutto della speculazione immobiliare, sarà  determinata dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e da due agenzie private di auditing. L’organismo teoricamente preposto a vigilare sulla salute degli istituti di credito del Paese, il Banco de Espaà±a, non avrà  voce in capitolo. Un dettaglio dal quale si può dedurre il livello di fiducia di cui gode la Banca centrale spagnola. 
Negli scorsi anni, il governatore Miguel àngel Fernà¡ndez Ordà³à±ez (designato dai socialisti) non si lasciava sfuggire occasione per lodare la solidità  del settore bancario iberico, avallando le più spericolate operazioni di fusione fra diversi istituti. Come quella che portò alla nascita di Bankia, ora «salvata» con oltre 20 miliardi di denaro pubblico, ma poco più di un anno fa presentata come una formidabile corazzata, con al timone nientemeno che Rodrigo Rato, ex vice di José Marà­a Aznar ed ex direttore del Fmi. Lunedì si produrrà  il cambio al vertice della Banca centrale: allo screditato Fernà¡ndez Ordà³à±ez subentra Luis Linde, al quale l’esecutivo di Mariano Rajoy si affida per risollevare le sorti di tale istituzione.
La crisi economica che investe il paese iberico è giunta dunque ad un punto drammatico, sancito dall’ormai prossimo ricorso al salvataggio comunitario. Non è ancora chiaro se entrerà  in gioco il vecchio Fondo di stabilità  finanziaria o il nuovo Esm, il Meccanismo europeo di stabilità , in vigore dal prossimo primo luglio. Il governo di Madrid preferirebbe quest’ultimo, perché dovrebbe comportare minori intromissioni nella politica economica nazionale da parte delle autorità  europee. In ogni caso, il fantasma della troika (Commissione europea-Bce-Fmi) si è ormai materializzato. Dopo tanta inutile «austerità », la resa: la Spagna, come Grecia e Portogallo, dovrà  dire addio a quel poco di sovranità  che ancora le restava, mentre la crisi si estende a ogni ambito della vita sociale e politica. 
La Banca centrale spagnola non è certamente la sola istituzione, infatti, a godere di una fiducia ridotta ai minimi termini. Il safari in Botswana ha severamente compromesso l’immagine del Re Juan Carlos, già  danneggiata dall’inchiesta per corruzione sul marito della Infanta Cristina. E il governo ha consumato, in soli sei mesi, il consenso che il Partido popular (Pp) aveva raccolto alle elezioni di novembre, grazie a promesse puntualmente disattese (leggi: «non toccheremo lo stato sociale»). In condizioni normali, nulla di cui preoccuparsi, anzi: il problema è che la sfiducia investe il sistema politico per intero. Un motivo risiede nel fatto che tutti i partiti avevano propri rappresentanti nei Consigli di amministrazione di molte delle banche oggi cadute in disgrazia e «salvate» con i soldi dei contribuenti. Clamoroso il caso di Caja Madrid, la Cassa di risparmio della capitale, che, fondendosi con altre entità , diede origine a Bankia: nessun consigliere di amministrazione socialista o di Izquierda Unida ha mai denunciato irregolarità .
Sarebbe sbagliato, tuttavia, sostenere che le forze politiche condividano lo stesso grado di responsabilità  per la gestione scellerata degli istituti di credito. La vergogna di Bankia è quasi interamente frutto dei perversi intrecci fra le amministrazioni locali del Pp (a Madrid e Valencia) e le imprese edili, a cui si deve lo «sviluppo» fondato su mattone facile e distruzione del territorio. Non a caso, il partito di Rajoy ha bocciato, dall’alto della sua maggioranza assoluta, la richiesta delle sinistre di una commissione parlamentare d’inchiesta sul disastro della quarta banca iberica. E tuttavia, una delle lezioni che si traggono da quest’ultimo annus horribilis spagnolo è l’esistenza di un certo grado di complicità  delle classi dirigenti nell’avere condotto il Paese sull’orlo dell’abisso. Senza molte distinzioni. Come denuncia il movimento degli indignados. 
A dimostrarlo non c’è solo lo sfacelo delle banche. Ormai da anni la Corte costituzionale funziona a mezzo servizio, a causa dell’incapacità  di socialisti e populares di accordarsi sul rinnovo di numerosi membri il cui mandato è cessato da tempo: il rischio di una paralisi totale di questo delicatissimo organo di garanzia è dietro l’angolo. Più recente è il discredito che ha investito il presidente del Tribunal Supremo (la nostra Cassazione), una carica che nell’ordinamento spagnolo coincide con l’importante ruolo di Presidente del Consejo del Poder Judicial (equivalente al Csm italiano). Carlos Dà­var, questo il suo nome, è un anziano giudice cattolico ultraconservatore, stranamente indicato dall’allora premier socialista José Luis Zapatero, che motivò la scelta come gesto distensivo verso l’opposizione. Apprezzato per le sue «virtù» di persona accomodante verso i potenti di turno, Dà­var è risultato essere piuttosto disinvolto nell’utilizzo delle prerogative dovute al suo ruolo, tanto da concedersi numerosi «fine settimana» di quattro giorni in alberghi di lusso di Marbella, sempre insieme ad un «misterioso» accompagnatore. Tutti rigorosamente registrati come viaggi ufficiali, e dunque pagati con fondi pubblici. Venuto ora a galla il tutto, Dà­var ha fornito spiegazioni inconsistenti ed escluso categoricamente l’ipotesi di dimettersi: e la maggioranza dei suoi colleghi del Consejo non ha sollevato obiezioni.


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